TRADIZIONI ALIMENTARI DEL COMPRENSORIO DI ANZIO E NETTUNO
Fino ai primi del Novecento, il territorio circostante Nettuno era ricoperto da una fitta vegetazione boschiva e palustre : la tipica "macchia umida mediterranea" che vede il suo naturale prolungamento nel Parco nazionale del Circeo. Purtroppo ai giorni nostri poco è rimasto di questo tesoro naturale, poiché con una lunga e lenta opera di bonifica, il territorio è quasi del tutto privo di riserve naturali. Ha contribuito inoltre a ciò il continuo disboscamento perpetrato per il commercio del carbone, attivo fino al secolo scorso tra gli abitanti del luogo e la Campania. Le poche zone verdi esistenti ne mostrano ancora le tracce: non di rado passeggiando nel verde si notano nelle radure i resti delle cataste di carbone che venivano preparate con le querce del posto. Tanta vegetazione non poteva che custodire una fauna ricca e prolifica: gruppi di cacciatori, perlopiù forestieri, si riunivano in determinati periodi dell'anno per organizzare battute al cinghiale, alla pernice, alla lepre, alla capra selvatica.
Intatta per fortuna questa fauna, oggi resiste nella stretta fascia di litorale denominata "S.M.C.E.A.", il poligono di tiro del Ministero della Difesa. Ancora oggi non è insolito imbattersi in fagiani, lepri e cinghiali che attraversano la strada sotto gli occhi stupiti dei bagnanti che si apprestano ad immergersi in acque di estrema bellezza. Malgrado la purezza e la pescosità del mare circostante, i Nettunesi non sono mai stati abili pescatori. Fin dai tempi più antichi le acqua di Nettuno venivano solcate da barche napoletane, calabresi e siciliane, molto più avvezze alle intemperanze marine
Ancora oggi nella riserva del poligono si possono trovare delle lepri