Spesso, di figure importanti come Cesare, non si conoscono che un paio di aneddoti. La morte, certo, se si va più avanti c'è il passaggio del Rubicone.
L’aquilifero porta lo stemma di Roma: se lui si volta, è Roma che fugge.Trovarsi davanti un esercito di consanguinei, semmai parenti o e amici, per di più addestrati con le stesse tecniche letali, deve essere obiettivamente impressionante. La scena, chiudendo gli occhi e immaginandola, è molto plastica.
Anche un’altra volta si venne alle mani e i nemici ebbero il sopravvento: in quel caso si dice che Cesare, preso per il collo l’aquilifero che fuggiva, lo fece voltare e gli disse “Là sono i nemici”
In quel momento mutò spessissimo parere ed esaminò molti problemi con gli amici presenti, tra i quali era anche Asinio Pollione: rifletteva sull’entità dei mali cui avrebbe dato origine per tutti quel passaggio, e quale fama ne avrebbe lasciato ai posteri. Alla fine, con impulso, pronunciando questo che è un detto comune tra chi si accinge ad un’impresa difficile e audace ”Si getti il dado!” e si accinse ad attraversare il fiume…
Con “si getti il dado” Cesare cita Menandro, il suo autore di commedie preferito, del quale aveva trattato in esametri e l’aveva paragonato a Terenzio ( che invece definiva un Menandro dimezzato, in quanto per lui la vis comica, la forza di far ridere, era molto importante).
Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell’annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Mazio tre sole parole “Venni, vidi, vinsi”.