Inizio il mio servizio presso la sede di Ragusa con compiti di collegamenti elettrici nei vari reparti, presso i quali mi dedico prevalentemente alle esigenze strettamente di routine con compiti vari: allestimento di impianti luce nelle caserme, riparazione di qualche impianto, data la semplicità, mi veniva bene fare il lavativo, svignandomela dai servizi di turni di guardia.
Dopo breve periodo fui inviato ai collegamenti telefonici, consistenti in linee varie per i reparti dislocati nei forti sovrastanti la città.
Viene poi il mio trasferimento a MECTOVIC e MOSTAR, zone di operazioni di guerra.
Là feci impianti in baracche di legno appositamente costruite per lunghe permanenze in sede e con turni di smistamento in montagna; ero tra gli addetti al lavoro di collegamento, forniture di apparati di vario genere.
Fui inviato più volte alla sistemazione di linee telefoniche, che spesso venivano sabotate dai partigiani di TITO: facevano sabotaggi ovunque, ferrovia, strade, caserme!!
Mi salvai qualche volta sugli sci e anche nascondendomi dove potevo, avendo la scorta armata a mia difesa e a quella di tutti gli addetti ai lavori.

Addetto al gruppo elettrogeno
In sede ero occupato per i vari gruppi elettrogeni in funzione di alimentazione elettrica degli impianti di illuminazione, per la qual cosa non mi toccava il servizio di guardia, però alla libera uscita, sempre in 4 o 5 militari, si andava in città armati con il colpo in canna e bombe a portata di mano, con la preoccupazione di essere attaccati; cosa che in gruppo non avveniva, ma singolarmente parecchi ci lasciavano le penne.
In più occasioni mi trovai in circostanze particolari dove le ragazze ci invitavano, essendovi pochi uomini, e tante erano d'accordo con il padre per avere soldi (CUNA, loro moneta, che rispetto alla lira era deprezzata), perciò noi eravamo avvantaggiati pagando le prestazioni amorose al padre che gestiva le figlie e la moglie.
Perciò si andava a turni di tre o quattro sulla porta, avendo prima ispezionato la casa e i vari accessi, poi si controllava il genitore, di solito vecchio perché i giovani erano tutti in montagna a fare il partigiano.
Chi si fidava ad andare da solo con una ragazza, difficilmente se la cavava e non tornava più.
In occasioni diverse si riusciva ad allacciare amicizie di breve durata, ma mai da soli, e ci divertivamo a scoprire, con una certa confidenza e di nascosto dai loro coetanei, il viso delle donne.
Alcune erano carine, altre bruttine, ma nel complesso ci intendevamo con i gesti e qualche frase sul vocabolario tascabile che riuscivamo ad avere da commilitoni che andavano in licenza.
Io non sono mai riuscito a venire a casa a causa del caos che vi era per i mezzi di trasporto sempre sabotati, sia per mare che per terra.
Il lavoro per noi in zona di operazioni era molto gravoso e di responsabilità, in particolare con il servizio di fornitura di emergenza elettrica, la quale spesso mancava per le cause più disparate e comunque dovute a sabotaggi.
Il tempo libero era poco, ma si fruiva di pause prolungate durante le giornate prevalentemente calde, per dedicarsi allo sport, football e ginnastica, con qualche lettura di libri che si riusciva ad avere tramite la biblioteca militare.








Assistevamo al film TUTTO FINISCE ALL'ALBA, mi ricordo benissimo che vi fu interruzione per assistere al discorso di Badoglio (quel BASTARDO), il quale dichiarava solo che la guerra era finita e che le truppe italiane dovevano combattere contro i tedeschi; perciò si salvi chi può.
Chi piangeva e chi faceva festa, perciò tutta la notte non si è dormito e all'indomani, con ordini e contrordini nel caos più totale, i comandanti mantenevano la disciplina.
Per noi era finita la prima fase; dopo due giorni, si ordina la distruzione di tutto, di bruciare ogni cosa, baracche comprese, e armati ed a piedi ci incamminiamo per RAGUSA.
110 Km a piedi per imbarcarci per l'Italia, così dicevano.
Lungo la strada tanti imprecavano contro tutto e tutti.
Io mi premunii di scarpe comode, due paia, prima di dare fuoco all'equipaggiamento, una pistola di scorta più il moschetto e bombe a mano.
Cosi' fecero tutti i circa 2500 militari di varie armi, bene incolonnate per reparti con compiti di difesa.
Dopo circa quattro giorni a tappe, trovammo i tedeschi ad aspettarci a Ragusa.
Vi fu una breve scaramuccia, ma subito dopo ci lasciarono andare. Ogni reparto alle rispettive caserme.
Per diversi giorni, di attesa, tutto filò liscio, poi un bel mattino ci trovammo circondati; ci fecero consegnare le armi, avendo prima arrestato gli ufficiali!!
Poi, piazzate le mitraglie, ci indussero a scegliere: o con loro od al campo di concentramento.
Io scelsi la soluzione "con loro", anche memore di mio padre che fu prigioniero degli austriaci e che mi aveva detto: "Mai in un campo di concentramento, io che l'ho provato ti assicuro che é tremendo, per la fame e il caos che vi regnano, si muore".
La mia decisione si rivelò saggia perché quei miei commilitoni che scelsero il campo di concentramento me li rividi prigionieri dopo un poco di tempo, praticamente in custodia ad un militare della SS magiaro, un certo Stainez, e di Pedro, un caporale, e di un comandante del Tirolo che parlava l'italiano.
Io, che ero aggregato ad un autoreparto addetto a lavori di riparazione dinamo, motorini di avviamento e carica delle batterie, me li feci amici.
Vendevo la roba italiana del magazzino agli jugoslavi che, in un secondo tempo, si fecero nostri amici e in quella bolgia io facevo affari.
Uscivo in compagnia di Stainez, andavo a volte a trovare qualche amico del campo di prigionia, in particolare un piccolo romano che imprecava sempre di non avere dato ascolto a me per seguire un suo amico di Roma, così non potendo più ritornare indietro faceva della fame, ed io gli portavo pane, sigarette ed altro.
Un giorno partirono tutti per la Germania e… chi s'è visto s'è visto!!!
Giunti a questo punto, io mi misi a far sempre più amicizia, stando attento a non irritare nessuno, in particolare i tre masnadieri: la guardia Stainez, il caporale Pedro ed il sergente Alois. Tutto filò bene a Ragusa.
La pressione da parte dei partigiani di Tito sulle città era forte; questo si sapeva attraverso le ragazze inviate da loro per farci disertare.
Tra di queste ne conobbi una in occasione di una sua richiesta per trovare un suo amante che era presso il mio reparto, ma che se ne era già andato; capii che era ambasciatrice.
Per diverse sere, rischiando prima del coprifuoco, venne in un posto nascosto presso la caserma, e si appartò parecchie volte con me, parlammo dell'opportunità di disertare ma non mi fidavo; poi, avvisato dalla mia guardia del corpo, ho desistito; la pena era la fucilazione, anche se solo si faceva un tentativo!!
Mi si presentò l'occasione di andare presso un reparto in partenza con gli stessi comandanti tedeschi, io tramite il mio protettore chiesi di andare, e fu la mia salvezza, perché da allora le città furono evacuate dai militari essendovi pericolo di bombardamenti da parte degli inglesi.









Inizia un periodo di peregrinazioni in tutta la BOSNIA ERZEGOVINA e PARTE DEL TERRITORIO A SUD FINO AL CONFINE CON LA GRECIA.
Durante tali continui spostamenti, per non dare tregua ai partigiani (essi si erano spostati lontano dalle città, ma spesso riuscivano a circondare reparti isolati) - io facevo parte di un complesso di autoreparto con la scorta militare - quando avveniva qualche accerchiamento, intervenivano i carri armati leggeri a liberarci; in certi casi si andava con mezzi di trasporto per portare viveri alle truppe in montagna che andavano ad affrontare i partigiani.
Ricordo un'occasione: fummo mitragliati in una zona senza via di uscita; ci obbligarono per una notte a difenderci; vi furono morti e feriti.
Il giorno successivo, con l'intervento di rinforzi, ci liberarono; così si fece la spola tra l'alta montagna e la città di Cososmitroviza, e in tale occasione portammo via i cadaveri stecchiti dal freddo a 20 - 25 gradi sotto zero; sugli stessi camion portammo viveri all'andata, munizioni e morti al ritorno, per farli seppellire dagli abitanti.
Per reazione, i tedeschi impiccarono diversi uomini e giovani presi durante i rastrellamenti: li illuminavano alla sera, obbligando la popolazione ad andare sul posto a vedere il macabro spettacolo.
La scena mi rimase tanto impressa che non potei dormire tanto bene.
Per il terrore inflitto alla popolazione fummo odiati anche noi che, disarmati, dovevamo seguire i tedeschi in ogni dove.
Durante uno spostamento, si guastò il camion sul quale io viaggiavo.
La colonna ci lasciò per un po' soli; il militare con il quale io stavo mi disse: "Se vuoi andar via, vai subito e io ti sparo alla schiena; mi fido di te". Dandomi il suo automatico per eventuale difesa, lui si tenne le bombe a mano sotto il camion; lo riparò in fretta, sapendo che vicino erano appostati i partigiani.
Venne in nostro soccorso un mezzo blindato e ci scortò via per raggiungere la colonna.
In più di una occasione i militari addetti alla guida di un mezzo furono presi dai partigiani, i tedeschi di scorta fucilati e sgozzati e il conducente italiano legato al volante e bruciato.
Con il mezzo andai io personalmente, con il militare tedesco, a prelevare un certo Gazzentini di VIAREGGIO, che parzialmente carbonizzato facemmo seppellire con i tedeschi.
Perciò occhio alla penna! Per me fu un avvertimento che mi diede la forza di reagire, superando tutto ubriacandomi spesso con grappa di prugne che si trovava durante i rastrellamenti.
In una occasione ci ubriacammo di VODKA RUSSA ad alta gradazione; ne bevemmo a volontà - ci trovavamo a Belgrado in riposo - rimanemmo due giorni con le gambe che non reggevano, più di una ventina di militari tedeschi e cinque o sei di noi, tutti perdonati dai superiori data la tensione a cui eravamo stati sottoposti.
Nelle feste di Natale ci ritirammo presso Belgrado; con quasi un metro di neve era pausa forzata per tutti, ma non per gli aerei a tre code inglesi, che facevano spesso incursioni.
Noi ci mimetizzavamo alla meglio, ma venivamo individuati anche in periferia della città, tanto che in una occasione vennero in molti a mitragliare con pallottole DUM-DUM che, a contatto con il terreno, scoppiavano in più schegge colpendo ovunque.
Io mi trovavo a lavorare, addetto alla carica delle batterie, presso l'officina da campo.
Con il generatore in funzione, il rumore mi confuse e mi accorsi in ritardo dell'incursione aerea; quando tutti erano già fuggiti al riparo, io, all'ultimo momento, mi ficcai sotto il primo camion che mi capitò.
Alla fine non vidi più nessuno. Continuò il mitragliamento e, data la rapidità, qualcuno fu colpito e addirittura tranciato dalle schegge delle pallottole esplosive.
Io mi salvai! Come? Fortuna!
Il mio riparo, il camion, era carico di MUNIZIONI!!
Il mio aiutante si buttò addirittura nel fosso di MERDA praticato nel campo, dove i militari andavano per i loro bisogni corporali: non si riconosceva più, pieno di POPÒ com'era, ma era salvo!!
Era un NAPOLETANO, certo FRENDA, che, a sentirlo a pregare e bestemmiare nello stesso tempo, era uno spasso.
Per festeggiare a volte si uccidevano gatti, del peso di 5 o 6 chili, tenuti sotto la neve per una notte.
Al gatto si tagliava la testa, che veniva messa a mo' di trofeo per quelli che vomitavano solo a vederla, con quei baffoni tipo i vari vecchietti di quelle parti, i quali nel MORIRE lasciavano l'anima nel GATTO O CANE, a seconda di come veniva mangiata la loro testa. Sì, perché è un'usanza di quella gente.
Dato che noi militari eravamo dappertutto, anche in campagna, per la mia curiosità venni a conoscenza di un funerale, sentendo cantare e suonare come in una bella festa: vi era il morto da seppellire!!
Incuriosito, vedo ad un certo momento uscire 4 persone ed un pope, cosi si chiama il loro prete, una bara scoperta con dentro una mummia, tutta avvolta in una fascia bianca, testa compresa.
Vanno per strada verso il cimitero, si fermano ad ogni bettola (osteria) lasciando il morto a terra, e bevono alla salute del morto, poi ancora la stessa cosa per qualche po' e, giunti nel camposanto, mettono a dimora il cadavere senza cassa, coperto di terra fino alla testa, lasciandola spuntare dal terreno; poi mettono un apposito tegame, già preparato con una certa cerimonia, con poca gente, un tegame tondo e lavorato contenente del cibo, davanti al viso del cadavere.
Si sa che poi, durante la notte e giorni successivi, viene mangiato da gatti e cani, nei quali, a loro dire, si immortala e si incarna l'anima!!
E noi, affamati, i gatti ce li mangiavamo, immortalandoci a nostra volta nella reincarnazione degli slavi.
Al bando le ciance: é dimostrato che i musulmani sono molto più devoti di noi: ad ogni levar del sole ed al tramonto, al grido di Allah, tutti, fuori e dentro le loro chiese, pregano più di noi, ma si ammazzano come cani in mezzo alla strada.
A quei tempi si trovavano ovunque cadaveri tutti i giorni.
Era la guerra con i famosi USTASCIA (fascisti LORO).
Nella bolgia del momento, si trovavano anche le opportunità di uscire con allegre compagnie.
Con i miei accompagnatori andavo in libera uscita con tanto di permesso, con la soddisfazione di girare la città, dove ci trovavamo, ma in rare occasioni, data la situazione.
Mi trovai quindi a CRAGLIEVO, centro sud della Jugoslavia, che era uno smistamento ferroviario con scartamento di transito per la Russia e la Romania, da dove partiva ogni tipo di materiale.
Noi eravamo in zona gomme, perciò addetti al carico di quella merce.
In occasione di quel lavoro, mi sforzai talmente che mi venne una punta d'ernia con conseguente gonfiore; feci rilevare tale anomalia fisica e fui esonerato da quel lavoro; marcai visita e mi estrassero il liquido formatosi; dopo pochi giorni, nel ripetere l'operazione in ospedale, ne uscì sangue.
Si trattava di operarmi, ma data la zona che spesso veniva bombardata, non era possibile, perciò mi caricarono su una tradotta militare in partenza per l'Austria.
Viaggiammo quasi sempre di notte, per tre giorni, a tappe forzate, con precedenza assoluta, dato che il treno era pieno zeppo di feriti anche gravi; io viaggiai su una retina portavaligia, dato che lo spazio era riservato a quelli più gravi.
Anche nei corridoi erano stesi ovunque militari che si lamentavano e qualcuno non ce la faceva.
Eravamo pochi militari non feriti di guerra, ed io tra i più fortunati.
Dopo lunghe peripezie, si arriva all'ospedale di GRAZ.
Incomincia la mia attesa per essere operato; la precedenza ai più gravi; arriva il mio turno e mi operano i dottori tedeschi con la famosa puntura lombare, che mi paralizzò le gambe per 15 giorni.










Durante la degenza, mi venne a trovare una rappresentante del consolato italiano, la quale mi diede l'appiglio ad un discorso fascista: dal momento che in Italia si era costituita la Repubblica di Salò, avevano bisogno di volontari per combattere a Cassino, ed io feci la domanda.
Uscii dall'ospedale dopo un mese, andai al consolato, con permesso dei tedeschi e lì mi interrogarono sulle mie intenzioni, e lì decisi di dare la mia disponibilità (per loro ero il primo fascista di Salò) pur di rientrare in Italia.
Mi accettarono perché dimostrai di essere stato fedele lavoratore.
Con giuramento alla causa fascista, mi mandarono a Verona via Tarvisio in treno, con base di smistamento per Cassino.
Durante il viaggio, escogitai uno stratagemma per non andare direttamente al fronte: mi chiusi in un gabinetto e feci azione di lacerazione della ferita ancora da rimarginare; si provocò un'uscita di sangue molto intensa, così mi mandarono in infermeria e di lì mi spedirono all'ospedale di Como, con base di convalescenza di 5 giorni per poi vedere il da farsi.
Lì conobbi un sergente di fureria che, tramite un commilitone di sua fiducia, mi fece avere una licenza, mediante il pagamento di lire 20.000, che allora rappresentavano una bella cifra.
Un mattino mi consegnarono la licenza di 14 giorni più il viaggio, ma per destinazione Genova, con indirizzo di parenti, la licenza fu firmata sottobanco ed io ne fruii e fu la mia salvezza.






INIZIA LA SECONDA FASE DELLE MIE SVENTURE, CHE AVRANNO UN FINALE INASPETTATO!!!

Partenza da COMO con regolare licenza in treno fino a Milano; siamo alla fine del mese di settembre 1944, in piena rivoluzione civile e con l'esercito Italiano diviso tra i seguaci di Badoglio e i Fascisti di Mussolini, della Repubblica di Salò, così definita!!!
Trovandomi a Milano, senza più coincidenze per Alessandria, mi recai a Sesto S. Giovanni, mi presentai presso la Falck, in Viale Italia, e lì ebbi una indicazione per il pernottamento, presso una famiglia di un dipendente dell'azienda.
Data la situazione critica del momento, mi diedero da cenare in casa, ma da dormire fuori, in una piccola stalla dove vi era una scrofa con i suoi maialetti. Sì, proprio così, me la ricorderò per sempre!!
Nella notte non chiusi occhio, anche perché vi era un rastrellamento fascista nella zona contro i partigiani.
Mi fecero visita nella notte i partigiani, inviati probabilmente da quella famiglia che mi aveva ospitato e che avevo messo al corrente della mia intenzione di disertare, ed i partigiani stessi mi diedero consigli, senza chiedermi i documenti della licenza, altrimenti sarebbero stati guai per me, avendo solo documenti fascisti, rilasciatimi da Como.
Al mattino presto, finito il coprifuoco, mi recai alla stazione e presi il treno per Alessandria.
Arrivo a Voghera e di lì non si prosegue perché nella notte hanno bombardato la stazione di Alessandria.
Mi servii di un mezzo di fortuna tedesco, un camion militare con ufficiale e soldati.
Mi presentai con regolare licenza militare della Repubblica di Salò, e loro mi fecero salire e mi portarono fino ad Acqui.
Da qui proseguii con un calesse fino alla cabina elettrica di Bistagno.

PS: Ai Tedeschi raccontai un sacco di frottole alle quali credettero, dimostrando in quel momento di essere il primo Fascista d'Italia,!!!
Da Bistagno telefonai alla centrale di Spigno e parlai con il capo SERTORI, il quale provvide a chiamare mia madre, la quale mi mandò i vestiti da civile da POGGIO BEPPINO, mio amico d'infanzia, ed una bici per proseguire fino a Spigno.
Essendo zona Partigiana, io ebbi la sfrontatezza di dire che dovevo andare a trovare i parenti, avendo la licenza per Genova, 14 giorni più il viaggio, e così me la cavai bene, avvertendo tutti di non dire della mia presenza!


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