|
Inizia un periodo di peregrinazioni in tutta la BOSNIA ERZEGOVINA e PARTE DEL TERRITORIO A SUD FINO AL CONFINE CON LA GRECIA.
Durante tali continui spostamenti, per non dare tregua ai partigiani (essi si erano spostati lontano dalle città, ma spesso riuscivano a circondare reparti isolati) - io facevo parte di un complesso di autoreparto con la scorta militare - quando avveniva qualche accerchiamento, intervenivano i carri armati leggeri a liberarci; in certi casi si andava con mezzi di trasporto per portare viveri alle truppe in montagna che andavano ad affrontare i partigiani.
Ricordo un'occasione: fummo mitragliati in una zona senza via di uscita; ci obbligarono per una notte a difenderci; vi furono morti e feriti.
Il giorno successivo, con l'intervento di rinforzi, ci liberarono; così si fece la spola tra l'alta montagna e la città di Cososmitroviza, e in tale occasione portammo via i cadaveri stecchiti dal freddo a 20 - 25 gradi sotto zero; sugli stessi camion portammo viveri all'andata, munizioni e morti al ritorno, per farli seppellire dagli abitanti.
Per reazione, i tedeschi impiccarono diversi uomini e giovani presi durante i rastrellamenti: li illuminavano alla sera, obbligando la popolazione ad andare sul posto a vedere il macabro spettacolo.
La scena mi rimase tanto impressa che non potei dormire tanto bene.
Per il terrore inflitto alla popolazione fummo odiati anche noi che, disarmati, dovevamo seguire i tedeschi in ogni dove. Durante uno spostamento, si guastò il camion sul quale io viaggiavo.
La colonna ci lasciò per un po' soli; il militare con il quale io stavo mi disse: "Se vuoi andar via, vai subito e io ti sparo alla schiena; mi fido di te". Dandomi il suo automatico per eventuale difesa, lui si tenne le bombe a mano sotto il camion; lo riparò in fretta, sapendo che vicino erano appostati i partigiani.
Venne in nostro soccorso un mezzo blindato e ci scortò via per raggiungere la colonna.
In più di una occasione i militari addetti alla guida di un mezzo furono presi dai partigiani, i tedeschi di scorta fucilati e sgozzati e il conducente italiano legato al volante e bruciato. Con il mezzo andai io personalmente, con il militare tedesco, a prelevare un certo Gazzentini di VIAREGGIO, che parzialmente carbonizzato facemmo seppellire con i tedeschi.
Perciò occhio alla penna! Per me fu un avvertimento che mi diede la forza di reagire, superando tutto ubriacandomi spesso con grappa di prugne che si trovava durante i rastrellamenti.
In una occasione ci ubriacammo di VODKA RUSSA ad alta gradazione; ne bevemmo a volontà - ci trovavamo a Belgrado in riposo - rimanemmo due giorni con le gambe che non reggevano, più di una ventina di militari tedeschi e cinque o sei di noi, tutti perdonati dai superiori data la tensione a cui eravamo stati sottoposti.
Nelle feste di Natale ci ritirammo presso Belgrado; con quasi un metro di neve era pausa forzata per tutti, ma non per gli aerei a tre code inglesi, che facevano spesso incursioni.
Noi ci mimetizzavamo alla meglio, ma venivamo individuati anche in periferia della città, tanto che in una occasione vennero in molti a mitragliare con pallottole DUM-DUM che, a contatto con il terreno, scoppiavano in più schegge colpendo ovunque.
Io mi trovavo a lavorare, addetto alla carica delle batterie, presso l'officina da campo.
Con il generatore in funzione, il rumore mi confuse e mi accorsi in ritardo dell'incursione aerea; quando tutti erano già fuggiti al riparo, io, all'ultimo momento, mi ficcai sotto il primo camion che mi capitò.
Alla fine non vidi più nessuno. Continuò il mitragliamento e, data la rapidità, qualcuno fu colpito e addirittura tranciato dalle schegge delle pallottole esplosive.
Io mi salvai! Come? Fortuna!
Il mio riparo, il camion, era carico di MUNIZIONI!!
Il mio aiutante si buttò addirittura nel fosso di MERDA praticato nel campo, dove i militari andavano per i loro bisogni corporali: non si riconosceva più, pieno di POPÒ com'era, ma era salvo!!
Era un NAPOLETANO, certo FRENDA, che, a sentirlo a pregare e bestemmiare nello stesso tempo, era uno spasso.
Per festeggiare a volte si uccidevano gatti, del peso di 5 o 6 chili, tenuti sotto la neve per una notte.
Al gatto si tagliava la testa, che veniva messa a mo' di trofeo per quelli che vomitavano solo a vederla, con quei baffoni tipo i vari vecchietti di quelle parti, i quali nel MORIRE lasciavano l'anima nel GATTO O CANE, a seconda di come veniva mangiata la loro testa. Sì, perché è un'usanza di quella gente.
Dato che noi militari eravamo dappertutto, anche in campagna, per la mia curiosità venni a conoscenza di un funerale, sentendo cantare e suonare come in una bella festa: vi era il morto da seppellire!!
Incuriosito, vedo ad un certo momento uscire 4 persone ed un pope, cosi si chiama il loro prete, una bara scoperta con dentro una mummia, tutta avvolta in una fascia bianca, testa compresa.
Vanno per strada verso il cimitero, si fermano ad ogni bettola (osteria) lasciando il morto a terra, e bevono alla salute del morto, poi ancora la stessa cosa per qualche po' e, giunti nel camposanto, mettono a dimora il cadavere senza cassa, coperto di terra fino alla testa, lasciandola spuntare dal terreno; poi mettono un apposito tegame, già preparato con una certa cerimonia, con poca gente, un tegame tondo e lavorato contenente del cibo, davanti al viso del cadavere.
Si sa che poi, durante la notte e giorni successivi, viene mangiato da gatti e cani, nei quali, a loro dire, si immortala e si incarna l'anima!!
E noi, affamati, i gatti ce li mangiavamo, immortalandoci a nostra volta nella reincarnazione degli slavi.
Al bando le ciance: é dimostrato che i musulmani sono molto più devoti di noi: ad ogni levar del sole ed al tramonto, al grido di Allah, tutti, fuori e dentro le loro chiese, pregano più di noi, ma si ammazzano come cani in mezzo alla strada.
A quei tempi si trovavano ovunque cadaveri tutti i giorni.
Era la guerra con i famosi USTASCIA (fascisti LORO).
Nella bolgia del momento, si trovavano anche le opportunità di uscire con allegre compagnie.
Con i miei accompagnatori andavo in libera uscita con tanto di permesso, con la soddisfazione di girare la città, dove ci trovavamo, ma in rare occasioni, data la situazione.
Mi trovai quindi a CRAGLIEVO, centro sud della Jugoslavia, che era uno smistamento ferroviario con scartamento di transito per la Russia e la Romania, da dove partiva ogni tipo di materiale. Noi eravamo in zona gomme, perciò addetti al carico di quella merce.
In occasione di quel lavoro, mi sforzai talmente che mi venne una punta d'ernia con conseguente gonfiore; feci rilevare tale anomalia fisica e fui esonerato da quel lavoro; marcai visita e mi estrassero il liquido formatosi; dopo pochi giorni, nel ripetere l'operazione in ospedale, ne uscì sangue.
Si trattava di operarmi, ma data la zona che spesso veniva bombardata, non era possibile, perciò mi caricarono su una tradotta militare in partenza per l'Austria.
Viaggiammo quasi sempre di notte, per tre giorni, a tappe forzate, con precedenza assoluta, dato che il treno era pieno zeppo di feriti anche gravi; io viaggiai su una retina portavaligia, dato che lo spazio era riservato a quelli più gravi.
Anche nei corridoi erano stesi ovunque militari che si lamentavano e qualcuno non ce la faceva.
Eravamo pochi militari non feriti di guerra, ed io tra i più fortunati.
Dopo lunghe peripezie, si arriva all'ospedale di GRAZ.
Incomincia la mia attesa per essere operato; la precedenza ai più gravi; arriva il mio turno e mi operano i dottori tedeschi con la famosa puntura lombare, che mi paralizzò le gambe per 15 giorni.
|