Passai tre mesi in casa nascosto, fino a quando non ebbi contatti con i partigiani della zona e nei primi di gennaio 1945 mi presentai a Serole.
La mia preoccupazione maggiore fu quella di non essere preso dai fascisti, perché come disertore sarei stato fucilato!
Quindi ebbi fortuna in tal senso, anche se in circostanze particolari ebbi la necessità di nascondermi come un topo, sottoterra, in un nascondiglio che mio padre mi costruì in una stalla, praticando un foro nel pavimento sotto il mio letto e di lì in una piccola zona circondata da paglia e ben protetta, anche da eventuali ispezioni dei fascisti, compresi i cani, avendo mio padre messo creolina a mo' di disinfettante, alludendo alla presenza di topi di fogna!!!
In tempo propizio ed appena cessato il coprifuoco, mi accompagnai con mio padre, ciascuno con un attrezzo in spalla, io una zappa e mio padre una scure; passammo nel fiume sottostante, proprio sotto il naso del posto di blocco e di lì risalimmo verso Lacucca, dove mi aspettava Pierino, anche lui nascosto in casa insieme a mio fratello, che si trovava militare della Repubblica di Salò ed anche lui si era dato disertore!!
Furono i momenti più brutti e rischiosi, essendo l'esercito tedesco in rotta da Cassino e la repubblica di Mussolini a pezzi. Era odiata da tutti gli antifascisti e andava sempre più perdendo quota.
Da Lacucca, dopo breve permanenza, fuggii a Serole, anche perché sapevo di mettere a rischio la vita dei miei parenti, e così presi contatti con i partigiani.



Periodo partigiano: da metà novembre 1944 al 25 aprile 1945


Giunto sul posto, vengo interrogato e messo per breve tempo in cucina per adattarmi e prendere coscienza sul da farsi.
Vengo poi mandato in una zona che va da CORTEMILIA a ROCCAVERANO e SEROLE, nostra sede di AVANPOSTO verso SPIGNO.
Io sono classificato col nome di battaglia ALI'; essendo esperto militare nel corpo del genio guastatori, mi assegnano alla zona ferrovie per interrompere il traffico di trasporto.



Si prende posizione in zona strategica e si provvede a sabotare ponti e viadotti elettrici: il tutto nelle notti senza luna e conoscendo i posti.
Tramite informazioni, si faceva in modo di non incappare in pattuglie TEDESCHE e della brigata nera fascista.
Non tutte le volte si riusciva, ma sul lungo tempo, si producevano parecchi danni ed interruzioni di approvvigionamento militare.
Dopo un certo tempo si veniva SOSTITUITI nei DIVERSI compiti di zona, avendo mai posti FISSI, nemmeno di notte a dormire, e cambiando giornalmente parola d'ordine.
Tanto accadde che una notte si colpì uno dei nostri, avendo egli confuso la parola d'ordine con quella del giorno prima; venne colpito al ventre e dovemmo andare a prelevare un medico, il quale lo operò con mezzi di fortuna, al chiaro di candela, in una zona posta sul monte e poi trasferito in una cascina nel fieno, coperto alla meglio, affinché si rimettesse un poco, per poi portarlo in luogo sicuro per la guarigione.
Un giovane, staffetta con compito di porta messaggi SEGRETI, compì un'imprudenza fatale che gli costò la vita !!!
Passava tra i posti di blocco fascisti, essendo minorenne, ma tramite spie fasciste venne preso con messaggi cifrati e, non sapendo giustificarne il contenuto, per disgrazia sua venne ucciso e, per creare panico tra la popolazione, caricato su un carro e portato per le vie dei paesi con un cartello ammonitore: "Ecco le spie partigiane come finiranno".
In seguito, fui proposto io per la zona lasciata scoperta; con un cavallo portavo messaggi tra una zona e l'altra, ma di giorno, passando in sentieri tracciati in precedenza e zone sicure, lontane dalle strade.
Avevo precedenza assoluta in tutti i nostri posti di osservazione, con il riconoscimento in codice; ero sempre riconosciuto dai comandanti e mi trasferivo giornalmente in posti di guardia in posizioni strategiche con un cavallo da trotto e tiro che, ubbidiente, mi seguiva in ogni dove, in zone impervie e nascoste alla vista, passando tra promontori nascosti con giri a volte viziosi.
Non si sapeva mai il contenuto dei messaggi e si ubbidiva alla norma della pastiglia di cianuro.
In caso di arresto, si veniva uccisi comunque, dopo essere sottoposti a torture !!!
Come certi casi nei quali arrivarono a stappare unghie e tagliare lingue pur di scoprire il rifugio partigiano.
Certe cose sembrano inverosimili; non si possono spiegare, se non quale risultato dell'odio al quale si era sottoposti dopo aver saputo di civili che, non sapendo dare notizie o non volendo scoprire i rifugi partigiani, erano stati CHIUSI in casa e a questa era stato dato fuoco.
Nella nostra zona, particolarmente protetta dalle caratteristiche colline, ci spostavamo in continuazione e agivamo di sorpresa, sempre di notte e mai di fronte.
I fascisti avevano ideato incursioni a sorpresa e ci sparavano con cannoni della marina a lunga gittata, con riferimenti precisi, in qualsiasi momento se scoprivano movimenti sospetti in zona, avendo pure loro delle spie, e noi non potevamo fidarci di nessuno.
Ricordo un caso particolare di un ragazzo, ancora giovane, spinto dal proprio padre a proporsi come spia: circolava liberamente, conosciuto in zona, e con scuse varie, per recarsi da parenti residenti in zona protetta da partigiani.
Egli misurava le distanze che intercorrevano dalla base di una collina alla vetta, per dare le coordinate agli addetti alle varie postazioni di cannoni che ci sparavano a colpo sicuro, tanto che venne preso in flagrante, pestato bene, tanto che gli venne un viso ed una testa che spaventavano ,e chiamato il prete partigiano, lo facemmo fucilare vicino al cimitero e messo a dimora al margine, non essendo degno di rimanere tra gli altri morti.
Il prete nostro amico diceva messa, confessava, dava comunione normale e ci seguiva ovunque ce ne fosse bisogno, avendo egli un nipote capo banda.
Le azioni da noi perseguite erano sempre di disturbo, di sabotaggio e di difesa del territorio; come dicevo, si era sempre ovunque in movimento, tanto che sia i tedeschi sia i fascisti non sapevano mai l'entità delle forze in campo.
La fornitura di armi veniva da lanci notturni da un aereo, detto PIPETTO, che volava nei pressi di VESIME, dove era stato allestito un campo di aviazione, molto ristretto, conosciuto da pochi e protetto dalle forze sempre fisse in loco, con divieto anche a noi di recarvisi.
Si sapeva di tutto, ma guai a chi parlava; noi addetti al segreto eravamo a nostra volta controllati ed attenti a non sbagliare; quindi con aiuto di conoscenze sicure ci recavamo come porta ordini ovunque ed in particolar modo con segni di riconoscimento ed appuntamenti in luoghi nascosti e conosciuti solo da pochi, e mai si rivelava il posto di provenienza, se non si raggiungeva una certa sicurezza e conoscenza del contatto.
Le donne ebbero un ruolo di primo piano, sia come spie e sia come punti di riferimento sicuri nella varie zone; quelle che partecipavano alle azioni erano poche e decise, in genere avevano avuto uccisi i fratelli, il marito od il fidanzato, ma furono sempre e comunque al nostro fianco; come spie, erano sicure e ci proteggevano bene.
Il caso vuole che con il nostro prete avessero collegamenti di vario genere e proteggessero pure lui, come quella volta che venne sorpreso in un suo appezzamento di terreno mentre coglieva le nocciole con qualcuna di queste donne.
I fascisti dissero: "Se prendiamo il prete lo facciamo secco".
Non conoscendolo, chiesero dove si trovasse quella 'primula rossa', e le donne in coro: "Appena siete venuti, lui se l'è data a gambe, da quella parte", pur sapendo che egli era tra loro e continuava nel suo lavoro, lì, in presenza della brigata nera.
Poi i fascisti se ne andarono augurando buon lavoro ed egli non si tradì e venne da noi a raccontarci il tutto.
Per la nostra sopravvivenza, grazie a tutti i contadini della zona, si riusciva ad avere cibo di ogni genere; a seconda delle possibilità, le famiglie si impegnavano a darci qualcosa di cibo; non si poteva forzare con nessuno, in quanto a loro volta erano obbligati a versare una quantità all'ammasso provinciale, con controlli da parte dei comuni.
Noi sapevamo che certi capoccia fascisti predavano i contadini, i quali per varie ragioni venivano presi di mira.
Certi proprietari erano renitenti, noi ci sforzavamo di non essere come i fascisti, ma fame è fame e… bisogna trovarcisi in certi frangenti della vita.
Mi auguro mai più.
In casi particolari eravamo rifocillati e ben trattati dalla popolazione; capivano che noi eravamo i liberatori da quella specie di giogo, che il fascismo aveva loro imposto per anni.
Era evidente che quelli che stavano bene erano i figli di papà, e quindi erano restii ad arrendersi alla evidenza dei fatti.
Le varie azioni, ben coordinate, venivano decise in gruppi operanti in diverse zone e perciò sicure, prese dai diretti comandanti e comunicate tramite i porta messaggi in zona e con donne a noi note ed affidabili.
Una buona parte delle volte andava liscia; in vari casi in cui la fortuna non ci assistette, dovemmo darcela a gambe, senza pensarci a fondo.
Un caso fortuito successe quando a S.GIUSEPPE, in pieno giorno, in un castello diroccato, ci mettemmo a cuocere le frittelle, non pensando che il fumo si vede a distanza, quindi ci sorpresero tramite una loro sentinella che ci vide e avvisò una brigata nera con la radio.
Questa spia entrò nella nostra zona e comunicò la nostra posizione; così cominciarono a spararci coi cannoni.
Ci accorgemmo in tempo dell'operatore e cominciammo a sparargli addosso; egli si nascose e riuscì a fuggire.
Depistammo dal posto alla meno peggio, poi si provvide a demolire la radio, ma quello ci sfuggì.
Partirono rinforzi pure da noi mentre loro vennero su con cannoncini da campo trainati da cavalli.
Arrivati in loco non ci trovarono, invece noi li sorprendemmo dall'alto e li impegnammo direttamente.
Tanta fu la sorpresa per loro, che non fecero in tempo a piazzarsi e fuggirono.
Credendo che dalla collina di fronte arrivassero rinforzi per noi, sempre con armi leggere e in forze, tanto era il fuoco di sbarramento, se la diedero a gambe correndo con i loro cannoni trainati dai cavalli in quelle strade polverose, tanto che raggiunta la base dei tedeschi dissero: "Sono molto forti i banditi!"
Non vennero più a disturbarci, dato che rimanevano sempre con le pive nel sacco.
Noi sapevamo benissimo di non poter competere, ma loro, per nostra fortuna, non vennero mai a conoscenza delle vere forze in campo.
Così si vinse la guerra partigiana, nella nostra zona montana, molto vasta, ma delimitata strategicamente dalle vie di comunicazione; tanto è che il grosso della colonna tedesca, quando dovette trasferirsi nella ritirata dalla zona ligure, fece accordi con noi per passare indisturbata.
Li lasciammo passare fino alla pianura alessandrina, intendevano recarsi a MILANO, ma in un punto strategico di passaggio dovettero lasciare le armi pesanti e far passare la truppa senza combattere, per essere poi presi nelle zone lombarde a gruppi sparsi ed arrendersi.
Lasciate le nostre zone, le varie brigate andarono alla liberazione di SAVONA.
Partiti i tedeschi, rimasero sul campo i fascisti, che si davano ovunque a saccheggi di ogni sorta.
Arrivammo dopo due giorni di cammino, con carta bianca di sparare a vista sui fascisti in divisa se non riponevano le armi.
Sapendosi soli, si arresero.
Parecchi li pestammo bene, ma non uccidemmo nessuno di quelli che si arresero.


Alla Liberazione di Savona
I resistenti furono passati per le armi e parecchi al porto andarono in pasto ai pescecani.
Dopo tre giorni arrivarono gli AMERICANI, ripresero la città, misero ordine e ci fecero consegnare le armi, lasciando a noi la benemerenza di riconoscimento, che conserviamo ancora oggi, quelli che ebbero la fortuna di sopravvivere, grazie a Dio.


La guerra lascia segni indelebili in chi l'ha vissuta e in certi casi di peggio: la menomazione fisica, perenne oltraggio alle donne, la barbarie verso i più deboli, i bambini.
Per ciò che concerne la mia persona, sono rimasto nella mia opinione di rettitudine verso il prossimo, credendo sempre nella realtà della vita e non alle chiacchiere altrui, credendo fermamente nei fatti e non nelle fantasie divulgate sia in politica sia negli affari correnti della vita, per cui cerco di vivere con il prossimo e possibilmente di aiutarlo nei momenti di bisogno.



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