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Le vicende dei nostri mezzi corazzati durante la II Guerra Mondiale hanno sempre evidenziato due aspetti ben definiti: la commovente abnegazione dei nostri soldati e la devastante inferiorità dei nostri carri. Queste parole, solo apparentemente deamicisiane, sono invece la triste constatazione dei fatti. Attaccare dei T-34, dei Matilda, dei Lee e degli Sherman, quasi sempre in numero preponderante, con i nostri “blindati” può bastare abbondantemente per spiegare il coraggio, riconosciuto anche dagli avversari, dei nostri militari. Quello che dispiace è che, come sempre, nel nostro paese la ragione economica finì per prevalere sulla ragion di Stato e migliaia di persone vennero mandate a combattere una guerra di proporzioni mai viste con materiali insufficienti per qualità e quantità. E dire che l’Italia, come potenza industriale emergente, aveva tutti i requisiti per dotarsi di un discreto arsenale, se non abbondante nel numero, almeno di alto livello tecnologico. Il problema fu però che la produzione venne accentrata su un unico pool industriale, la FIAT/Ansaldo che di fatto, privo di una valida concorrenza, finì per dettare i canoni di progettazione e costruzione dei mezzi agli stessi apparati militari italiani, quest’ultimi colpevoli di accettare quasi sempre supinamente ogni decisione a loro imposta.
I
presupposti per la nascita di una specialità carrista autonoma emersero
già all’indomani della Grande Guerra. Molti furono gli studi intrapresi
in quei primi anni, sia dai tecnici dell’Esercito che dalle industrie
meccaniche emergenti, la FIAT e la LANCIA su tutte. L’adozione di
un carro intermedio su un canovaccio già collaudato (il FIAT
3000) preludio ad una fase di studio e di riammodernamento
delle nostre forze armate che però, paradossalmente, finì con l’arenarsi
proprio con l’avvento del fascismo. Può infatti suonar strano ma,
come ci ricorda lo storico inglese Denis Mack Smith, “l’Italia di
Mussolini spese più soldi in uniformi da parata e in moschetti per
i suoi balilla che per armare e vestire il proprio esercito” con il
risultato che l’investimento per le spese militari nel nostro Paese
durante la I guerra gondiale fu decisamente superiore quello per il
conflitto ‘40-’45 e, a pensarci bene, i conti tornano quando, esaminando
l’armamento in dotazione ci si accorge che questo è rimasto sostanzialmente
lo stesso, specie per esercito ed artiglieria: ed è proprio qui che
si può agganciare l’infelice storia delle nostre grandi unità corazzate.
Lo
sviluppo dei mezzi corazzati italiani fra le due guerre finì ben presto
per biforcarsi in due direzioni: studi estremamente validi e produzioni
invece che quasi sempre erano frutto di correzioni in corsa per sopperire
alla pachidermica lentezza tra fase di ideazione e di realizzazione:
una pecca imperdonabile, in un settore tecnologico estremamente dinamico
ed innovativo come quello dei carri armati tra gli anni Venti e Quaranta.
La lentezza della nostra burocrazia, civile e militare, finì quindi
per accantonare progetti validi (vedi il celere
sahariano ad esempio, il carro pesante P/40,
o la costruzione su licenza del Panzer III tedesco) a favore di linee
di produzione già esistenti e, ovviamente superate; basti pensare
che i “Panzer I/II” e i carri Skoda, impiegati dai tedeschi soprattutto
in Francia nel ‘40, anche se ancora validi, rappresentarono progetti
già superati nei primissimi anni di guerra e che invece i nostri carristi
non ebbero mai a disposizione mezzi neppur lontanamente paragonabili
per prestazioni, protezione ed armamento ad essi. |
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