QUATTRO PASSI ALLA…
"MADONNA"

Mi è capitato spesso di sentire questa domanda: "Ma chi avrà mai dipinto gli affreschi del Santuario della Madonna d'Appari?" e "Che cosa è rappresentato in essi?" Queste curiosità sono venute in mente, almeno una volta, a chi abbia sostato in contemplazione dei magnifici affreschi di cui stiamo parlando. In quest'occasione, provo a raccontarvi un piccolo pezzo di questa storia, non senza difficoltà, poiché esigenze d'impaginazione spingono alla sinteticità.
Io non sono una "tecnica", né una "storica", dunque mi avvicino a quest'argomento in punta di piedi e con il rischio (spero che non accada) di incappare in qualche imprecisione. Il Santuario (da ora in poi lo chiameremo così) si presenta come una struttura elementare, anche all'occhio più esperto. La sua elaborazione non può dirsi frutto di un progetto minuzioso, bensì di un adattamento alla natura circostante. Basti pensare che è scavato in parte nella roccia e il suo stesso pavimento affiora da essa. Quello che colpisce è la presenza di oltre 350 metri quadrati d'affreschi, che lo fanno definire "una piccola Cappella Sistina", purtroppo o per fortuna, poco conosciuta. una rappresentazione del Santuario della Madonna d'Appari Noi possiamo godere oggi del risultato di un complesso intervento di restauro che, dal 1994, ha cercato di recuperare i danni causati dai precedenti interventi di recupero, dagli eventi sismici e dalle condizioni climatiche. Cominciamo dicendo, che gli affreschi sono opera di artisti diversi. L'affresco più "anziano" è datato al 1400. Il presbiterio racchiude gli affreschi più preziosi che per qualità e tecnica, sono equiparabili ad opere del Verrocchio, del Perugino o del Pinturicchio. Dobbiamo pensare che, nel periodo in cui gli affreschi sono stati realizzati, la città dell'Aquila aveva un ruolo strategico. L'aquilana famiglia Branconio, legata al papa Leone X, aveva ad esempio contatti con allievi dello stesso Raffaello, ai quali aveva affidato l'esecuzione della Pala della Cappella Branconio, che oggi è conservata al Museo del Prado a Madrid. La paternità dell'opera si riconduce a Cola dell'Amatrice, architetto e pittore, autore della facciata della Basilica di San Berardino. Si fa anche il nome di Francesco da Montereale, pittore che ha lasciato la sua impronta nella storia dell'arte di tutto l'Abruzzo. A quest'ultimo, si affianca il nome di un meno noto artista paganichese, tal "Sebastiano Sfraio". S'ipotizza che lo stesso Raffaello possa aver messo mano o dato suggerimenti per l'esecuzione dell'opera.
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