Alla cultura italiana manca l'umiltà
Caro Montanelli,
sono una laureata in Filosofia e studio giornalismo. Rapita dalla scorrevolezza della sua penna, mi domando: è frutto di studio, esperienza o l'alternativa del dono ha in lei una sua valenza?
La stimo, non sempre per le cose che dice, ma per come le esprime, in una società che sembra aver gettato la pena nel dimenticatoio.
Mi riferisco alle notizie sull'analfabetismo che sembra caratterizzare la nostra Italia. Siamo una popolazione insicura sia davanti ad un foglio bianco sia davanti ad un libro da leggere.
Le chiedo una parola che possa rendere alla nostra cultura l'affetto che le manca.
Paola De Simone, paolagemin@yahoo.it
Cara Paola,
grazie dei ringraziamenti e della fiducia che riponi in me come "comunicatore" di cultura, che č l'impegno che mi sono assegnato. Mi limito a rispondere alle tue domande e, se permetti, a qualche osservazione sul tuo modo di pormele, per esempio quella sui motivi che rendono scorrevole la mia penna.
Che la mia penna sia scorrevole (lo dico anche perchè gli sfoggi di modestia sono, come tutti gli sfoggi, segno d'immodestia), lo so, ma non
me ne faccio un vanto. E' un dono ereditato da mio padre che, professore di Storia e Filosofia, spiegava queste materie nella maniera pių semplice e chiara fermandosi ogni tanto per controllare se gli ascoltatori lo avevano seguito. Ne derivavano dei dialoghi in cui anche i pių renitenti si trovavano alla fine coinvolti.
Questo bisogno di dialogare con i
miei lettori e di farmi capire da loro,
l'ho evidentemente nel sangue ma l'ho anche coltivato con una tecnica alquanto personale: quella di "parlare" coi lettori mentre scrivo, e non in senso figurato, ma effettivo. Quando dirigevo Il Giornale e ogni tanto alzavo lo sguardo dalla mia Olivetti, vedevo qualche mio redattore che, affacciato alla porta, guardava divertito la mimica e i gesti con cui accompagnavo la mano sui tasti, e c'era chi diceva di capire da questa mimica di cosa stavo scrivendo.
E' un metodo
che ti consiglio, sia che tu voglia fare la giornalista o l'insegnante (che sono poi due modi di fare la stessa cosa) e che t'impedirebbe (non avertene a male) di porre la domanda che mi hai posta nei termini in cui l'hai posta: «E' frutto di studio, esperienza, o l'alternativa del dono ha in lei una sua valenza?».
Paola, dà retta a me.
Se vuoi che i tuoi ascoltatori o lettori s'interessino a ciò che dici o scrivi, accorcia le distanze tra te e loro, butta nel cestino dei rifiuti i termini «alternativa», «valenza» e simili, e sostituiscili coi loro equivalenti di uso comune.
Perchè - e qui si viene al nocciolo del tuo discorso - il male più grave di cui soffre la nostra cultura è la sua incapacità di comunicare. La nostra cultura parla per sé ritenendo diminutuvo ogni sforzo di farsi capire e d'interessare coloro che leggono
o ascoltano. E a cosa mi serva una cultura che non comunica e rimane chiusa nei suoi circuiti?
Ecco, cara Paola, da dove bisogna ricominciare, cioè cominciare (perchè non lo si è mai fatto) il discorso sulla cultura italiana, cui manca soprattutto una cosa, ma fondamentale: l'umiltà.
Ti confesso una cosa: io, per scrivere la mia Storia d'Italia, punto o poco che valga, non mi sono avvalso di quasi nessun testo italiano, perchè quasi nessun testo italiano si degna di «raccontarmela». Per ricostruire, sia pur sinteticamente, la bimillenaria Storia del Papato che, sebbene istituzione universale, resta anagraficamente italiana in quanto nata in Italia,
ha avuto per protagonisti dei Papi in schiacciante maggioranza italiani, ed ho dovuto ricorrere a due testi tedeschi: quello del cattolico Pastor e quello del protestante Ranke. Solo essi mi hanno raccontato come andarono le cose, perchè andarono così, e quali ne furono le conseguenze. I nostri storiografi mi raccontano soltanto quali idee essi se ne sono fatte:
il che non m'interessa affatto.
Ribellatevi, ragazzi. Ribellatevi ad una cultura che per mancanza di umiltà, se non di semplice buona educazione, mira più ad escludere che a diffondere.
E' giusto che i vostri maestri vi giudichino. Ma è altrettanto giusto che voi giudichiate i vostri maestri e li consideriate responsabili del fatto di non averli capiti. Perchè quando non si capisce ciò che si ascolta o legge, la colpa non è di chi ascolta o legge, ma di chi parla o scrive.