UNA SETTIMANA DA VOLONTARIO

"No, io non credo che l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare"

Così recita una famosa canzone di Francesco Guccini, che rievoca l'olocausto perpetrato dalla Germania nazista nei confronti degli ebrei. A distanza di cinquant'anni oggi stiamo assistendo ad un analogo fenomeno di razzismo. La tragedia che si consuma inesorabilmente nel Kossovo è davanti agli occhi di tutti.
E' stato Venerdì Santo, mentre stavo con alcuni miei amici del Gruppo Giovani in sacrestia, che sono venuto a conoscenza del fatto che da Paganica sarebbero partiti alcuni volontari. Forse quel messaggio era per me; quindi dopo molte riflessioni, ho preso la decisione di voler far parte della spedizione. Così, a poco più di un mese dall'inizio delle ostilità, il 24 Aprile siamo partiti. Eravamo una squadra mal collaudata; tredici persone che non si erano mai trovate a condividere niente, affrontavano ora una missione umanitaria, pronti a dormire nella stessa stanza, semmai ne avessimo trovata una, a mangiare lo stesso pasto, sempre se ne avessimo avuto il tempo, e a lottare, ciascuno a modo suo, per lo stesso ideale: la PACE.
Questa era infatti, per noi, l'unica maniera in cui realizzarla.
Erano le nove del mattino, quando quel sabato cominciò la nostra entusiasmante esperienza; un saluto ai nostri cari che rimanevano a casa, accompagnati dall'angoscia della preoccupazione, e via, verso sud, destinazione Albania. Dal porto di Bari ci saremmo dovuti imbarcare sulla "San Marco" ma ad attenderci c'era semplicemente la "Scilla", una nave traghetto che in altri tempi attraversava lo Stretto di Messina, ma che adesso era stata offerta con tutto l'equipaggio, alla missione "Arcobaleno".
Dopo ventiquattro estenuanti ore in mare, l'avventura vera e propria: l'Albania.
Subito, appena usciti dal porto, abbiamo avuto un'impressione di abbandono e di povertà di cui ci siamo liberati solo al momento del rientro. Ecco cos'è il frutto del sopruso: una nazione senza stato, un popolo senza la consapevolezza della propria libertà e il cui diritto è privo di giustizia. Per percorrere cento chilometri abbiamo impiegato circa sette ore, a causa delle strade assolutamente impraticabili. Arrivati e Blinisht, luogo in cui risiede la missione di Don Antonio, ci siamo avidamente rifocillati e, prima di goderci il tanto desiderato latte, abbiamo parlato su come adempiere al nostro dovere di volontari. Saremmo dovuti rimanere in un paese lì vicino per i due giorni seguenti e mercoledì partire alla volta di Kukes per portare la nostre assistenza e 1500 persone. Se nonchè martedì sera è arrivata la rassicurante notizia che l'indomani mattina i profughi ci avrebbero risparmiato il disturbo e sarebbero venuti loro da noi. Non ci sarebbe stato alcun problema se escludevamo il fatto che li campo dove accoglierli non esisteva; purtroppo non avevamo molta immaginazione (nella fretta l'avevamo lasciata a casa) e ci siamo preoccupati un po'; ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo messi al lavoro.
Tredici persone preparavano l'accoglienza ad un intero paese.
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