Così corri di qua, batti un chiodo di là, vai a comprare il pane per 1500 persone in città e tante altre attività (scusate le assonanze) è arrivata la prima ondata di profughi quando avevamo montato soltanto sei tende, le uniche a nostra disposizione; le altre sarebbero arrivate di lì a poco. Avreste dovuto vedere quelle povere persone scendere dai camion della milizia albanese (improvvisati pullman per l'occasione) tutte bianche a causa della polvere e sconcertate dalla visione di un campo inesistente e che per di più gli era stato prospettato già pronto.
Una giornata piena di lavoro era ancora destinata a durare a lungo; alle sette infatti sono arrivate le tende.
Proprio in queste circostanze è avvenuto il nostro primo contatto con i profughi e ci è quindi sembrato più facile stringere le prime amicizie. Non eravamo noi certamente I loro benefattori ed essi ne erano assolutamente consapevoli; questo ha consentito ai nostri rapporti di essere più umani e soprattutto ha permesso a noi di ricevere più di quanto siamo stati in grado di dare.
In particolare mi piacerebbe soffermarmi su un particolare: quella che stanno vivendo quelle persone è una vere tragedia; uomini che si sono dati da fare tutta una vita per costruire un futuro tranquillo per sé e per la propria famiglia si sono visti costretti a lasciare la loro eredità in mano ai nemici; donne che hanno visto calpestata la loro dignità nel momento in cui, crudelmente stuprate, si sono ritrovate a convivere con i fantasmi, spesso senza volto, di chi con la violenza ha aperto la porta della loro intimità; bambini felici fino a ieri e che oggi sono le vittime più innocenti di questa spregevole guerra. Ma tutte queste cose le sanno tutti! Forse, però, non tutti sanno che i kossovari, pur versando in simili condizioni, pur avendo perso la pace e la casa, non hanno perso la loro dignità né tantomeno la voglia di ridere e soprattutto di vivere (anche se per alcuni potrebbe sembrare più facile morire).
Ho visto bambini giocare, donne lavare i panni al fiume e uomini, quei pochi che erano rimasti, lavorare per assicurarsi una tenda (farei meglio a chiamarla casa visto che per il momento di tornare in patria non se ne parla proprio!).
Ci hanno mostrato di avere molto senso della gratitudine, anche se potrebbe sembrare umiliante ringraziare chi ci ha fatto la carità senza avergliela chiesta. A tal proposito vorrei raccontarvi un fatto: ho ricevuto un regalo da un amico. Niente di particolare, un bicchierino da liquori piene di caramelle austriache. Pensare che avevo dimenticato la gioia che suscitano simili gesti, forse perché ho dimenticato da dove vengono. Non sto facendo ironia, sto soltanto scoprendo cosa si cela dietro il velo dell'apparenza. Il mio amico si chiama Ismail (spero si scriva così) ed è uno dei tanti profughi kossovari che ho conosciuto in Albania. Tutta questa esperienza, però, mi ha regalato una grande cosa che spero di non perdere mai: la consapevolezza di essere fortunato. Nessuno mi ha detto che le primizie di cui godo le ho guadagnate! Eppure mi sono state affidate! Sento di non dover disdegnare delle situazioni che vivo e dei doni che ricevo quotidianamente, perché sono importanti; e dovrei saperli valutare per rispetto di quelle persone cui vengono negati! Ho una famiglia che, con i suoi difetti, è stata importante per la mia crescita e lo è ancora; ho l'opportunità di studiare e non posso lasciarla passare, perché ho conosciuto ragazzi che soffrivano per la mancanza di istruzione e rivendicavano una cultura per identificarsi con il loro popolo. Potrei continuare ad enumerare le mie fortune fino ad esaurire le energie.
Ma una cosa è certa: tutto è importante, tutto!

Alfredo

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