Se chiedessero che tempo fa non sarebbe la giornata giusta per tal domanda. E' un normale giovedi primaverile, dove l'aria è sospesa nella pioggia, tra le nuvole grigie di vento e d'inverno che non vuol lasciare la stagione.
Tutta la settimana è stata una snervante sala d'attesa, aspettando quel giovedi che un discreto manifesto invitava a trascorrere lontano da casa, per ascoltare una cantante. Fin qui tutto normale… ma il mio non è un viaggio giustificato agli occhi di chi non conosce Giovanna Marini, cantante popolare e chitarrista. E' che nessuno sa esattamente cosa vuol dire oggi ascoltare musica popolare, che non sia impaginata mentalmente assieme a "Vola vola" o quant'altro similare.
Comunque giovedi c'era il concerto, e lei, Giovanna, più che per le luci, i vestiti di "scena", e gli amplificatori era timidamente preoccupata per l'acustica naturale della sala, e di come trasmettere energia sonora al suo pubblico. Più che cantare, lei suona uno strumento misterioso che è la sua voce, al confine tra il mondo del suono e il mondo sonoro del popolo. Due corde appena sfiorate, sapientemente pizzicate, un attacco vocale… ed è vibrante emozione. Senza amplificazione, senza microfoni, senza nulla che non sia la propria cassa toracica che funge da risonanza. Tra tutti i concerti di musica rock nei quali l'attenzione dei musicisti per il volume conduce al crematorio le orecchie, questo sembra quasi di un altro tempo o pianeta. Tradizione, improvvisazione… è difficile metterle degli aggettivi… mai complicata, ma al di sopra della semplicità. Una cultura musicale dimenticata… o forse che si sta riscoprendo? Ma perché tanto pubblico ad un concerto di un "superpubblicizzato" di turno, e qui poche persone (tra l'altro giovani) che escono a fine spettacolo con l'adrenalina a duemila? E intanto lei porta in giro per teatrini nascosti la sua voce popolare strepitosa e la sua musica, che attraverso la sua interpretazione raggiunge anche il più arido dei cuori.
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