Sarei dovuto rimanere a casa con la mamma se non fossi riuscito a
salire sul treno per Napoli, dove mio padre mi aspettava per il fine settimana.
Ero ancora al liceo e la lezione del professore era finita un po' in ritardo quel giorno. Non volevo che i miei litigassero anche quella volta, perché papà non avrebbe mai creduto che avevo perso l'ultimo treno; piuttosto avrebbe pensato che era stata la mamma a non avermi lasciato andare.
Così passai come un fulmine davanti al bidello che mi gridava dietro parole che non sentivo, ma che sicuramente significavano “dove cazzo vai con quella corsa, brutto stronzo!!”. Uscii sfrecciando dalla porta secondaria per evitare l'ingorgo e mi ritrovai sulla statale. Avevo dieci minuti di tempo, ma dovevo ancora fare il biglietto; quindi ne contai soltanto cinque, perché… “lasciati sempre un margine!” mi dissi, citando una frase che mio padre usava spesso. Attraversai avventatamente la strada, ma per fortuna non passava nessuno a quel momento. Presi la scorciatoia e mi ritrovai alla stazione proprio nell'istante in cui l'altoparlante annunciava l'arrivo, sul binario cinque, del rapido Milano-Napoli. Feci il biglietto e mi lanciai fra le porte dell'ultimo vagone di seconda classe che stavano chiudendosi. Con l'aiuto di un omone forzuto che riuscì a tenere aperta la porta fino a che non l'ebbi oltrepassata, riuscii a cacciarmi dentro.
Presi posto nel primo scomparto libero.
Due donne, lì, dai volti stanchi, sulla trentina entrambe; una, dall'accento abruzzese, l'aria un po' più seria e sicura; l'altra, dalla parlata settentrionale, forse romagnola, nonostante soffrisse palesemente il viaggio, aveva un atteggiamento compassionevole verso l'amica; parlavano con tono sommesso, a mezza voce, quasi sospirando, per non voler disturbare la calma di quel piccolo spazio di mondo. Appena entrato venni accolto da un odore poco piacevole; non ci misi molto a capire che era a causa di quel bambinetto che ora frignava in braccio a una ragazzina che ritenni essere sua sorella, ma mi dovetti ricredere subito dopo quando la sentii rivolgersi al pargolo: “dai bello della mamma, dormi”. Più in là, vicino al finestrino, un ragazzo, probabilmente mio coetaneo, con le cuffie agli orecchi giocava col suo video gioco portatile, indifferente alla gente che popolava quello scomparto e al veloce paesaggio che sfuggiva dispettosamente dalla vista dei passeggeri del rapido Milano-Napoli oltre il vetro del finestrino. Di fronte a lui un uomo austero ed elegante, come se ne vedono pochi al giorno d'oggi, leggeva un libro del quale non riuscii a scorgere il titolo.
Mi accomodai nell'unico posto libero fra il ragazzo indifferente e la romagnola, sempre più piena di reverenziale compassione verso l'amica sofferente. Poco dopo le due donne smisero di parlare e quel brusio di sottofondo, che stava quasi per stancarmi, svanì nel silenzio, rotto qua e là dai mugolii sotterranei del ragazzo con le cuffie e dai vezzi della ragazzina che cercava di far addormentare il suo pargoletto.