In pratica chi è malato e sa che la sua malattia non tornerà indietro (semmai continuerà a peggiorare), anziché attendere la morte naturale può usufruire di un... chiamiamolo così: "omicidio assistito". Il che è ben diverso - si badi bene! - dallo staccare la spina di una macchina che tiene in vita. Staccare la spina vuol dire accettare il naturale compimento della morte, vuol dire evitare un accanimento terapeutico
che consiste in cure sproporzionate, senza reali speranze di efficacia clinica. Infatti, se questo è un permettere la morte nel suo naturale compimento, l'eutanasia è un provocare la morte, è un rifiutare la vita, anche se dolorosa.
- Ciao carissima Lucia. Dicci che malattia hai.
lo sono diabetica, insulinodipendente con complicazioni varie da venticinque anni.
- Quindi hai una certa esperienza del dolore?
Ti devo rispondere?... direi di sì.
- Che cos'è per te il dolore?
Il mio compagno. Legato alla mia patologia mi è stato in qualche modo alleviato (non ho sensibilità a piedi e gambe) però è difficile anche conviverci. E' un compagno "particolare"; senti il dolore sulla tua pelle, vivi il dolore della solitudine interiore.
- Perché solitudine inferiore?
Scaturisce nel momento in cui questo compagno arriva e spesso lo fa a sorpresa. Cosa ti dà? Tutto. Il dolore insegna parecchio. A vivere. Anche se uno non credesse, ti potrebbe insegnare questo tipo di mestiere... perché la vita è un mestiere. Cosa ti toglie? Tutto.Ti toglie la voglia stessa di
esistere lottando perché sai che per farlo devi lottare.
Tu lotti?
Ci provo. Con gli alti e con i bassi. Però tradisco il mio compagno con un altro che è più forte e va per la maggiore: Dio. E' Lui che non ti permette di pensare ad un illogico qual è l'eutanasia.
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