-Nelle scuole esiste una educazione alla convivenza e alla pace?
Esistono vari tipi di scuole: miste, cristiane, musulmane. In quelle cristiane si parla della necessità della pace. Si prega anche per la pace. Nelle scuole musulmane, invece, sappiamo che durante l'ora di religione si parla della guerra, e si dà alla guerra una motivazione anche religiosa. E durante le preghiere, dagli altoparlanti delle moschee, spesso si incita a combattere.
Bisogna sottolineare una cosa, però: tutto questo avviene da qualche anno a questa parte, dalla seconda Intifada. Prima si viveva insieme e si stava bene. Ora è completamente diverso! Un esempio: avevo un amico musulmano col quale giocavo fin da piccolo, siamo cresciuti insieme, eravamo davvero molto uniti. Dopo la seconda Intifada è cambiato: non vuole più neanche prendere un thè assieme!
Oppure riguardo l'abbigliamento delle donne. Prima vestivano normalmente, oggi il 90% delle donne musulmane porta il burka. Già le bambine di sette anni ad esempio, l'età di mia figlia, sono costrette ad indossarlo. Per fortuna in Betlemme ciò avviene molto poco perché la maggioranza è cristiana. Non mancano "stranezze" in questo clima… Alcuni uomini musulmani, per vedere le donne, vengono a Betlemme! Mi hanno raccontato che proprio qualche giorno fa c'è stata una rissa in un negozio dopo che un signore stava cercando di riprendere con una videocamera una ragazza che si stava cambiando nel camerino. Questo è un caso limite, ma rende l'idea del fatto che se da un lato le ragazze "non coperte a sufficienza" suscitano le critiche e hanno una cattiva reputazione presso molti musulmani, dall'altro gli uomini stanno un po' "impazzendo" perché non possono più vedere una donna neanche in volto!

-Cosa vi ha spinto a lasciare la vostra terra? Pensate di tornare un giorno?
Molte ragioni ci hanno spinto. Primo, il fatto che abbiamo due bambini. Secondo, il fatto che la nostra casa era in un posto molto rischioso: a 2-3 Km da una postazione dell'esercito israeliano. Spesso c'erano scontri tra i palestinesi e l'esercito, e noi ci trovavamo lì nel mezzo. Due volte la guerra è "entrata in casa nostra". Altre case sono state completamente distrutte. Eravamo costretti a dormire sempre in cucina perché era la stanza più sicura. A volte siamo dovuti andare via, in casa di mio fratello, un po' più distante. Ho dovuto chiudere la mia fabbrica di infissi in alluminio, la mia fonte di reddito. I soldati israeliani in risposta agli attacchi dei palestinesi a volte entrano nelle case e "sequestrano" i maschi adulti, portandoli in prigione per costringerli a denunciare i colpevoli. In questo modo mi sono ritrovato in prigione quattro o cinque volte, per quattro o cinque giorni ciascuna, e una volta addirittura per sei mesi, poi sono stato rilasciato perché non c'era alcuna accusa contro di me: mi avevano preso semplicemente perché ero palestinese. L'esperienza della prigione è stata terribile. Le cose che avete ascoltato e visto in televisione sulle torture nelle carceri americane non sono avvenute solo lì... spesso in alcune prigioni si usa la tortura come un mezzo abituale.
Una mattina, stavamo a casa e una fortissima esplosione ci ha svegliati tutti! Sono corso a vedere cos'era successo. Gli israeliani, dall'elicottero, avevano bombardato una jeep che pensavano fosse guidata da terroristi. Ho visto i quattro ragazzi musulmani che la guidavano -io li conoscevo: avevano tra i 24 e i 27 anni- arsi dal fuoco morire chiedendo aiuto, davanti ai miei occhi.
Ogni volta che vediamo un elicottero fuggiamo tutti in casa: possono essere gli israeliani che vogliono colpire qualche

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