1940: l'Italia entrava in guerra. I fatti che seguirono sono ormai storia, ognuno di noi li conosce per averli letti sui libri di scuola, per averli rivisti nei filmati d'epoca dell'Istituto Luce, alcuni per averli sentiti raccontare, pochi, sempre di meno, per averli vissuti.
La testimonianza di chi ha vissuto la guerra in prima persona possiede una forza e un'intensità pareticolare: pochi nel vortice degli avvenimenti sanno comprendere con chiarezza quanto sta accadendo; i più osservano, vivono quei fatti, ne fanno parte ma non sempre li comprendono appieno. La voce di quest'ultimi è preziosa perchè restituisce ad ogni evento la sua umanità, mostra gli stati d'animo che lo accompagnano, lo sottrae all'appiattimento di un rigido nozionismo storico e gli ridona lo spessore e la complessità che è propria dell'uomo.
Siamo felici che un nostro concittadino, Emilio Sorbo, abbia voluto renderci partecipi dei suoi ricordi: sappiamo che è sempre doloroso far riemergere dalla memoria immagini ed avvenimenti così strazianti, ma noi, appartenenti ad una generazione che non ha conosciuto la guerra, ne abbiamo bisogno; essi ci aiutano a non dimenticare e ci ammoniscono a non commettere gli stessi errori di quanti ci hanno preceduto.
Ecco la sua storia.
"Era il 28 ottobre 1940 e, come era accaduto
o sarebbe presto accaduto ad altri italiani, ricevetti la cartolina della chiamata alle armi; qualche giorno dopo arrivò anche il richiamo e, abbandonato il lavoro nei campi, salutata mia moglie ed abbracciato mio figlio appena nato, partii: destinazione l'Albania. Ci imbarcammo da Brindisi e, in
nave, raggiungemmo Durazzo: l'Italia progettava una conquista rapida ed
indolore dell'Albania e noi dovevamo essere gli artefici di quell'mpresa. Le cose però non andarono come ci aspettavamo e ne fummo presto consapevoli dopo la battaglia fra Grecia ed Italia che si svolse il 7 marzo 1941 in un luogo non molto distante da dove eravamo accampati. Di quel giorno ricordo i preparativi che avevano precorso lo scontro, il nostro scarso equipaggiamento e l'invidia nei confronti dei tedeschi che avevano scarpe resistenti e uniformi calde, che avevano raggiunto sui camion il luogo di battaglia, oltrepassando il nostro gruppo che andava a piedi, ma soprattutto ricordo l'assordante rumore delle palle di cannone che esplodevano vicino a noi e la paura che mi aveva assalito e che vedevo riflessa negli occhi dei miei compagni. Dopo l'esito deludente dello scontro (non eravamo riusciti a catturare nessun prigioniero) partimmo dall'Albania e, percorrendo a piedi la Macedonia e la Serbia, giungemmo in Grecia. Fu un viaggio molto faticoso: non c'erano calzini e le nostre scarpe erano di scarsa qualità per cui i nostri piedi erano piagati e sanguinavano; inoltre non tutti resistevano al lungo cammino e furono molti quelli che dovemmo abbandonare per strada.
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