Giungemmo finalmente in Grecia. Conservo bei ricordi dei tempi passati lì: stavamo bene e soprattutto non c'erano stati altri scontri violenti. La serenità del periodo greco venne però rotta l'8 settembre 1943 dalla notizia dell'Armistizio che Badoglio, capo del Governo succeduto a Mussolini, aveva sottoscritto con gli Alleati. La reazione tedesca, lì dove ci trovavamo fu immediato: essi occuparono subito la città
e noi fummo ammassati in dei vagoni che partirono verso il Nord. Non so dire per quanto tempo restammo su quei vagoni, stretti come sardine, percorsi dalla speranza che stavamo forse per raggiungere di nuovo l'Italia e riabbracciare dopo anni i nostri cari. Anche questa volta però le nostre attese furono deluse: purtroppo i vagoni, raggiunta l'Ungheria, non deviarono a sinistra, come ci aspettavamo, ma
proseguirono sempre dritto e, quando fummo fatti scendere, ci ritrovammo in Germania.
Capimmo presto che ci aspettavano tempi molto difficili. Eravamo stati portati lì per essere utilizzati come forza lavoro in una fabbrica, ma le nostre condizioni di vita erano miserevoli: venivamo svegliati brutalmente ogni mattina alle 4, presi a calci e poi mandati a lavoro in fabbrica, dove restavamo per ben 12 ore. Eravamo malnutriti: un mestolo di zuppa con le rape (senza neanche le patate) e un bicchiere di acqua, a pranzo; 200 gr. di pane ciascuno alle 6 del pomeriggio e poi più niente fino al giomo successivo. La fame era il nostro peggior nemico, ci impediva di svolgere bene il lavoro che ci era stato assegnato, ci teneva svegli di notte, ci faceva ammalare fino a condurre molti alla morte; ricordo che il percorso verso la ine era sempre lo stesso: i piedi si cominciavano a gonfiare e poi a mano a mono ci si indeboliva e si moriva.
Molti dei fatti avvenuti nel campo dove vivevamo sfuggono ormai alla mia memoria, altri però sono rimasti; per esempio non dimentico la volta che, costretto a subire le dure punizioni dei controllori della fabbrica, perché, come spesso accadeva, la fame non mi permetteva di essere vigile nel mio lavoro, si avvicinò a me una ragazza che parlava italiano e che mi disse: "Purtroppo siamo in guerra, voi siete prigionieri, fatti forza e fa quello che ti dicono"; io felice che qualcuno tra quegli stranieri parlasse italiano, le spiegai che era la fame a impedirmi di lavorare bene, che le razioni che ci davano erano insufficienti rispetto al lavoro che facevamo; lei allora parlò a dei tedeschi e poi, rivolta a me disse:
"All'ora di pranzo vai al tavolo dei tedeschi, saluta Hitler e aspetta che gli ufficiali abbiano finito di mangiare per poter mangiare i loro avanzi"; io affamato
e felice per la possibilità che avevo di mangiare finalmente qualcosa di buono, feci come lei mi aveva detto ma, dopo che un ufficiale, finito di mangiare mi
porse il suo piatto, lo schifo mi impedì di toccare gli avanzi: l'uomo, o forse dovrei dire la bestia, aveva ricoperto il cibo avanzato di sputi e di cicche di sigarette.
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