nera, chiedemmo che ci dessero qualcosa da mettere sotto i denti ma, purtroppo, non fummo accontentati: l'incertezza della situazione richiedeva grande parsimonia nella distribuzione delle razioni, così come noi, neanche loro sapevano quanto tempo ancora avrebbero dovuto sopportare quella situazione e se il cibo sarebbe bastato.
Passammo due notti lì dentro, non furono però ristoratrici: la grotta, infatti, era attraversata da un corso d'acqua e noi purtroppo eravamo senza scarpe, l'umidità ci era penetrata nelle ossa e non ci faceva trovare pace. Il terzo giorno, mentre eravamo ancora lì dentro, sentii qualcuno che gridava: "Americani!"; subito corsi fuori sospinto da quella speranza, da tempo ormai sopita, di poter finalmente riconquistare la libertà e ritornare a casa. Per strada C'era una grande folla, tutti si ammucchiavano intorno ai furgoni degli americani che distribuivano abbondantemente biancheria e cioccolata. Anch'io mi avvicinai e cercavo di prendere quanto più cibo potevo; fu forse perché mi videro così affamato che mi presero e mi portarono nella loro mensa e lì, dopo avermi rifociliato, mi chiesero se volevo restare: avrei pelato le patate, servito a tavola e svolto altre mansioni in cucina; entusiasta accettai. Era l'8 aprile 1945 e la guerra, in Europa, era finita. Quelli furono i momenti più felici dopo gli anni bui della prigionia, avevo cioccolata, sigarette e biancheria in abbondanza inoltre, barattando il cibo che avanzava dalla mensa americano, potevo in cambio ottenere altri servizi: sfamando un dentista riuscii a formi curare un dente, portando viveri ad un sarto riuscii a farmi cucire un vestito, potevo, insomma, avere ogni cosa di cui avevo bisogno.
Spesso venivano fuori la cucina della mensa dei tedeschi e chiedevano cibo; io, nonostante il male che quel popolo mi aveva fatto, davo loro quanto potevo, ma mi ricordo che prima di esaudire le loro preghiere li costringevo a voltarsi verso un manifesto che era stato affisso dagli americani e che mostrava immagini terrificanti dei campi di concentramento: volevo che sapessero le atrocità che il regime nazista aveva commesso in quegli anni.
In quei mesi riacquistai le forze e recuperai qualche chilo; la serenità ed il benessere che avevo trovato mi facevano desiderare che quella situazione durasse per sempre; non fu però così: ad agosto gli americani partirono e al loro posto subentrarono gli inglesi. Cambiarono da quel momento molte cose; gli inglesi erano avari e severi e ci fecero tristemente rimpiangere i loro predecessori. Fu allora che il desiderio di tornare a cosa e di rivedere la mia famiglia riprese a farsi più forte e quando a settembre arrivò l'ordine che fossimo rimpaitriati, accolsi la notizia con immensa gioia e mi preparai a partire.
Quando tornai a casa ricordo che Maria, mia moglie, stava stendendo il granturco nel cortile e stentava a riconoscermi tanto stavo bene; tutti parlavano dei mio arrivo, tutti venivano a salutarmi, tutti mi chiedevano dov'ero stato, se avevo notizie di qualche familiare che ancora non era tornato, come ero riuscito a salvarmi.
Di Paganica ricordo soprattutto la povertà in cui versava: non c'era biancheria, il cibo era scarso e soprattutto aveva sacrificato per la guerra molti uomini. lo ero tornato, anche se ancora oggi, ricordando le difficoltà affrontate, non so spiegarmi come sia stato possibile, molti però non c'erano più e ne scoprii l'assenza a mano a mano, cercandoli e non trovandoli, apprendendo dai loro familiari il triste destino di ognuno mentre, ascoltando i loro racconti, cercavo di ricordarne il volto così come l'avevo visto quando ci eravamo salutati per l'ultima volta.".

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