Molti sono gli episodi di questo tipo che si verificarono lì. Ricordo ancora, per esempio, che qualche tempo dopo mi portarono in uno scantinato e mi incaricarono di sbucciare il mucchio di patate che era là. Lo feci il lavoro e, sentendo che tornavano e stavano aprendo la porta, spinto ancora una volta dai morsi della fame, afferrai velocemente due patate e me le infilai sotto le ascelle sperando di non essere scoperto; purtroppo però i tedeschi avevano previsto un gesto tale e, ordinatomi di mettermi sull'attenti, mi costrinsero ad alzare le braccia e scoprirono il mio furto. Quella volta e molte altre volte mi picchiarono ferocemente, non avevano alcuna pietà di me e della mia sofferenza, reagivano con cattiveria ad un gesto che era stato dettato solo dallo spirito di sopravvivenza che, nonostante la situazione, era ancora molto forte in ciascuno di noi.
Un altro ricordo molto chiaro è quello delle notti passate nelle baracche del campo. Come ho già detto prima erano spesso notti insonni a causa della fame, a tenerci svegli era però anche la paura per i bombardamenti aerei, che erano frequenti in quella zona. Gli aerei passavano molto vicini a dove eravamo e distruggevano ogni cosa che colpivano. Una notte distrussero anche la nostra fabbrica. Non so come ci salvammo: quella notte, particolarmente spaventato, mi ero nascosto in una sorta di botola che si trovava sotto la mia baracca; la mattina, uscito fuori, vidi che non c'era più nessuna costruzione di quelle che ricordavo, intorno a me rimanevano solo macerie e morti, tanti morti da seppellire. Purtroppo però eravamo in guerra e la guerra non ha rispetto neanche della morte; le migliaia di salme non vennero riposte in bare e internate, ma furono denudate, ammassate l'una sopra l'altra e bruciate nei forni; assistendo a quelle scene ricordo che pensai: "Spero proprio di non morire".
In seguito al bombardamento e alla distruzione della fabbrica fummo portati a lavorare sotto una montagna , in una miniera. Mentre ci trovavamo lì, passò un giorno una squadra di russi e francesi fra i quali, ironia della sorte, riconobbi un compaesano, un paganichese come me: Giuseppe Di Genova. Vedendo che se la passavano piuttosto bene, decisi di infiltrarmi nel gruppo e di andare via con loro. Camminammo molto nei giorni che seguirono, io ero tormentato dalla fame e ricordo che ad un certo punto sentii uno strano rumore: era Giuseppe che mangiava un pezzo di pane; disperato mi avvicinai a lui e lo pregai: "Per favore dammi un pezzo del tuo pane, in fondo siamo dello stesso paese, siamo paganichesi tutti e due!". Alla richiesta fatta in nome delle comuni radici, Peppineju (Giuseppe) non riuscì a sottrarsi e, nonostante ci fosse il pericolo che le scorte non durassero a sufficienza, spartì il suo pane con me. Camminando giungemmo in un posto dove, ai piedi di una montagnuola, si trovava una grotta. Ci accorgemmo che in questa grotta entravano continuamente dei tedeschi e, incuriositi, entrammo anche noi. Dentro c'erano uomini, donne, bambini e anziani che vivevano nascosti lì con i viveri che erano riusciti a procurarsi; visto il cibo e ormai in preda alla fame più

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