illuminati di una strana ed inconsueta allegria. All'improvviso le fronti si sono distese e mi avete accolto con un forte
applauso, accompagnato da un lieto
sorriso. Ovunque volga lo sguardo,
scorgo volti che mi paiono ebbri
del divino nettare, al
quale gli dei di Omero
abbiano aggiunto sorridendo
alcune gocce di nepente, per
cancellare ogni tristezza. E fino a
poco fa eravate tristi e cupi, come
se foste usciti dall'antro di Trofonio. È successo come quando il sole, la mattina, inonda la terra con la sua luce dorata, o dopo il freddo inverno si diffonde l'alito vitale della nuova primavera: la natura risplende come ringiovanita e nei colori, nell'aspetto, tutto si rinnova. Ebbene, signori miei, voi pure avete cambiato faccia quando mi sono presentata. Vergognatevi, grandi oratori, che per liberare dagli affanni il cuore di chi vi ascolta passate notti intere a scrivere discorsi terribilmente noiosi, e spesso inutili. Guardate me, ci sono riuscita con un solo sguardo. [...]
Mi sembra di sentire la protesta dei sapienti: "essere vittima della follia è vacillare nell'ignoranza". No, questo significa semplicemente essere uomini. E stiamo parlando di uomini, nati, allevati e cresciuti come tutti e partecipi del comune destino. Non c'è nulla di male ad accettare la propria condizione naturale. In caso contrario, l'uomo dovrebbe commiserarsi perché non sa volare come gli uccelli, camminare a quattro zampe come la maggior parte degli animali o difendersi con le corna come i tori. E allo stesso modo si dovrebbe compatire anche il cavallo di razza perché non conosce la grammatica e non si nutre di torte e pasticcini, oppure il bue, incapace di fare esercizi di ginnastica. Se dunque il cavallo ignorante è felice, lo è anche il folle: entrambi vivono nella loro condizione naturale.[...]Erasmo da Rotterdam: "L'elogio della Follia"
Alfredo
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