L'interno del libretto tedesco di Arcangelo Da Atene mi mandarono a Patrasso nel mese di Agosto. Questo periodo è stato una parentesi molto bella. La spiaggia, il cielo, le donne... ogni 10 metri c’era una Lollobrigida! ...fino a quando non arrivò quel maledetto (per noi lì) 8 settembre. Noi non sapevamo niente. Fu il finimondo: spari da tutte le parti (erano i tedeschi che non volevano farci muovere). Restammo chiusi in caserma fino al 15 settembre. I signori ufficiali partirono con una nave ospedaliera e tornarono in Italia. Noi partimmo con un’autocolonna; ci portarono ad Atene e, passando per il ponte di Corinto, successe di tutto: i greci ci sputavano in faccia, ci insultavano (fino ad allora gli italiani erano stati il loro esercito occupante, n.d.r.).
Alla stazione di Atene un colonnello ci fece vedere un documento che diceva che saremmo stati rimpatriati in Italia e questo ci rese tranquilli. In una stazione iugoslava, invece, un ferroviere ci disse di scappare, ma noi avevamo visto quel documento... Disse anche di fare attenzione perché di lì a poco ci sarebbe stato un bivio: "Se andate a sinistra andate nella giusta direzione, se gira a destra vi portano altrove...". Qualche chilometro prima di quel bivio la velocità di quel treno chissà a quanto arrivava!
Il libretto della Borsig Ci ritrovammo alla stazione di Vienna. Neanche fossimo stati cani, ci spogliarono di tutto e ci diedero la divisa e un cappotto con dietro scritto ITALIE. Il giorno seguente eravamo a Luckenwalde, un centro di smistamento, dove arrivammo in 100mila, 200mila, chissà quanti eravamo! A dieci chilometri da noi c’era Buchenvald, il campo di sterminio, ma non lo sapevamo (altrimenti saremmo morti là alla sola notizia!). Nel nostro campo veniva gente che cercava operai e anche noi fummo ben presto inquadrati per andare a lavorare a Berlino Est, in una fabbrica di carrarmati, la Borsig. Non avevo ancora vent’anni.
Il 23 novembre, durante un bombardamento, nel caos generatosi, tentammo la fuga. Ci ripresero e, attraversando Berlino a piedi, tutti ci insultavano chiamandoci traditori, colpendoci con le pietre e ricoprendoci di sputi. Ci ritrasferirono nel campo di lavoro, sempre a Berlino Est, e lì si lavorava duramente.
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