Sabato Santo 1944 l’altoparlante ci annuncia che l’indomani sarebbe venuto un cappellano a celebrare la Santa Messa alle dieci. Ognuno era libero di scegliere se andare o restare a dormire. Eravamo 1000: andarono a Messa solo 50 prigionieri; gli altri, considerata la grande stanchezza, approfittarono dell’occasione di riposo. Dopo la messa, i partecipanti
furono accompagnati nel locale della cucina e poterono mangiare quel che volevano, senza portar fuori nulla. Tutti gli altri, me compreso, a ora di pranzo fecero la solita fila per prendere da mangiare. Ad un certo momento l’altoparlante risuonò: "Ha detto il capo-campo che, come non è Pasqua per la Messa, non lo è neanche per mangiare". E così restammo a digiuno tutta la domenica; lo stesso accadde anche lunedì Santo: ci fecero mangiare solo la sera alle 19.
Eppure, qualche volta il destino mi ha sorriso. L’unico motivo per cui potevamo assentarci da lavoro era la malattia "conclamata", che si potesse riscontrare con segni evidenti (non bastava un "mal di pancia"!). Una volta mi dissi malato per evitare una sonora punizione per non essermi alzato in tempo. In attesa della visita (se scoprivano che mentivo erano guai...), notai per caso che sulle braccia avevo delle bolle dovute all’acquaragia che usavamo. Le feci passare per un ignoto sfogo molto pruriginoso e i medici "abboccarono": mi riempirono di pomate e fasciature e mi diedero pure 10 giorni di riposo!!
Un’ altra volta un bombardamento fece crollare il soffitto di legno della nostra camerata, nel quale avevamo nascosto delle patate che eravamo riusciti a rubare (entrando nel magazzino aperto mentre un soldato tedesco andava e veniva per portarle in cucina).
Il crollo ci aveva smascherato e, anche questa volta, rischiavamo la vita. Per fortuna l’ufficiale che ci aveva scoperto, dopo aver appreso il modo in cui ci eravamo ingegnati per fare quel furto "a regola d’arte", scoppiò a ridere e evitammo una punizione severa: fummo solo costretti a fare noi il lavoro di quel soldato che trasportava in cucina le patate.
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