Nel campo vi arrivavano notizie dell’Italia? E voi riuscivate in qualche modo a comunicare con i vostri parenti?
Non ci arrivava alcuna notizia. Un giorno, però, i tedeschi chiamarono me e Dantino Cocciolone per avere notizie sul Gran Sasso (dove, nel frattempo, era stato trasferito Mussolini, n.d.r.). Volevano sapere se potevano atterrarci degli aerei! Noi rispondevamo che era impossibile ma loro non volevano crederci. A risentire nominare i luoghi cari da quelle persone mi ero messo in testa che i tedeschi che arrivavano a Paganica, vedendo il cannone puntato (c’è dalla prima guerra mondiale, n.d.r.) e credendo fosse un simbolo di offesa, l’avrebbero rasa al suolo.

Molto spesso sognavo mia mamma. Agli altri capitava di sognare pranzi prelibati... Io, invece, sognavo lei che squagliava le patate per i maiali e li invidiavo, pensando che stavano meglio di me: quanto avrei voluto anch’io poter mangiare quelle patate!

L’unico modo che avevamo per comunicare con le nostre famiglie era una sorta di telegramma di 35 parole, tramite la Croce Rossa. Ovviamente il testo era controllato e quindi dovevamo scrivere che non ci mancava niente! Una volta decisi di rischiare e mi firmai "Arcangelo Berlino" con la speranza che capissero dove mi trovavo...

Quanto tempo siete rimasti nel campo-lavoro prima di essere liberati?
Restammo due anni, fino al 27 Aprile 1945, quando fummo liberati dai russi. Mi ricordo che andammo verso la casa del padrone della fabbrica con l’intenzione quasi di strozzarlo. Ci rimanemmo di stucco quando, aprendo la porta, trovammo lui e sua moglie con una carriola piena di legna, che ci dissero: "Per voi è finita, per noi comincia adesso!". Fino al 3 ottobre restammo in mano ai russi. C’erano ancora molti bombardamenti. In un momento di calma, stavo in coda per andare al bagno. Arrivato il

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