Dopo la rivolta - e a seguito della rinuncia della Giordania alla sovranità in Cisgiordania - l'OLP nel novembre del 1988 accolse con una svolta moderata l'esistenza dello stato d'Israele, e proclamò anche solo formalmente, la costituzione di uno stato palestinese indipendente in Cisgiordania e a Gaza, dai confini non ben definiti.
Ciò permise di aprire trattative concrete. Arafat quindi venne nominato presidente del nuovo stato indipendente palestinese proclamato dall'OLP, e ad Israele fu riconosciuto il diritto di esistere.
Gli anni successivi videro un alternarsi di speranze e delusioni, alimentate dagli incontri arabo-israeliani, che giunsero ad un primo concreto passo con la partecipazione di entrambe le parti alla conferenza per la pace in Medio Oriente, svoltasi a Madrid nel 1991.
Era la prima volta che una rappresentanza di vari paesi arabi e una del governo israeliano si sedevano ad uno stesso tavolo.
Seguirono lunghi negoziati, fino ad arrivare allo storico accordo di Oslo (settembre 1993): una dichiarazione di intenti firmata da israeliani e palestinesi, che portò negli anni successivi alla firma di una serie di accordi bilaterali.

Il Nobel per la pace nel 1994 fu assegnato a Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin: "Concludendo gli Accordi di Oslo e dando loro seguito, Arafat, Peres e Rabin hanno dato un contributo sostanziale a un processo storico attraverso cui la pace e la cooperazione possono prendere il posto della guerra e dell'odio"

 

Nel settembre 1995 Arafat (leader palestinese) e Rabin (primo ministro israeliano) firmarono l'accordo per l'estensione dell'autonomia all'intera Cisgiordania.
Il processo di pace che ha inizio a Madrid e a Oslo porta il governo israeliano a riconoscere l'ANP (Autorità Nazionale Palestinese) con a capo Arafat, come organo di rappresentanza del popolo palestinese. L'autorità palestinese, a sua volta, riconosce la legittimità dell'esistenza dello Stato di Israele, e rinuncia ufficialmente all'uso della violenza come strumento di pressione politica. Gli accordi successivi prevedevano un percorso che, passo dopo passo, dovrebbe condurre le due parti ad affrontare e risolvere le questioni più spinose legate al conflitto israelo-palestinese: Gerusalemme, i confini, il diritto di rientro dei profughi palestinesi del '48 e del '67, gli insediamenti colonici nei Territori.
Tuttavia il processo di pace fu fin dall'inizio aspramente contestato dalle frange estremiste delle due parti, che diedero il via ad una escalation di violenza, con il riproporsi di attentati e repressioni, culminate con l'assassinio di Rabin da parte di un fondamentalista ebraico.

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