Cari lettori dell'Albero, bentornati tra le pagine di questa rubrica che è un
po' l'angolo della fantasia. Vi accorgerete probabilmente che non è la
solita persona che scrive ma confido nella vostra fiducia per l'arte, che
vi spingerà ad andare oltre la forma.
Questa volta vorrei portarvi lontano e attraverso un turbine vorticoso
catapultarvi tra le pagine di un libro antico, di 3000 anni fa, partorito
dalla mente di un popolo che si rivela attraverso la figura di un cantastorie
cieco. Forse avrete capito che il libro in questione è proprio L'Odissea.
No, non fatevi spaventare dall'imponenza di questo nome. Non è mia intenzione portarvi alla scoperta dei suoi 12000 versi, sarebbe un'impresa a dir poco... ciclopica! Semplicemente vorrei farvi partecipi di alcune riflessioni che tali parole, sebbene così antiche, riescono a suscitare in me... immaginate di stare ad ascoltare questo racconto:
"Essi poi nella nave legarono me mani e piedi,
dritto sulla scarpa dell'albero, a questo le corde fissarono
quindi seduti battevano il mare schiumoso coi remi.
Ma come tanto fummo lontani, quanto s'arriva col grido,
correndo in fretta, alle sirene non sfuggì l'agile nave
che s'accostava: e un armonioso canto intonarono.
"Qui presto vieni glorioso Odisseo, vanto degli Achei,
ferma la nave la nostra voce a sentir
nessuno mai si allontana di qui con la sua nave nera
se prima non sente suono di miele, dal labbro nostro la voce..."
Così dicevano alzando la voce bellissima, e allora il mio cuore
voleva sentire e imponevo ai compagni di sciogliermi
coi sopraccigli accennando; ma essi a corpo perduto remavano."
Libro XII v.v.177-194
Ale
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