che serviva per l'igiene personale, per cucinare e lavare le stoviglie.
Quando i genitori mi lasciavano libera, andavo con le mie amiche a giocare alla piazzetta del Castello, intorno alla quale sorgevano case costruite con la pietra perché allora si utilizzava il materiale presente nell'ambiente naturale.
In quei tempi, come del resto ancora oggi, i pastori di Paganica portavano il proprio gregge e le mucche a pascolare nella "Fossa di Paganica", qui rimanevano per tutto il periodo estivo; in autunno facevano scendere il bestiame dalle montagne e questo per noi era un momento particolarmente atteso perché divertente, in quanto i proprietari lo attendevano sulla piazza di S. Antonio dove, soprattutto le mucche, arrivavano sempre correndo e gli allevatori avevano un bel da fare per ricondurle nelle stalle, sembrava di assistere ad una corrida, mucche che muggivano, cani che abbaiavano, uomini che imprecavano e noi ragazzi che eravamo il pubblico che applaudiva.
Oggi questa breve "transumanza" non c'è più perché gli animali sono ricondotti a valle con i camion. Fino a circa trenta - quaranta anni fa, Paganica era un piccolo paese con pochi abitanti dove tutti si conoscevano, la vita si svolgeva tranquilla ed era scandita dal ritmo delle stagioni. Ora invece ha l'aspetto di una cittadina in cui vivono circa seimila abitanti, alcuni dei quali sono extracomunitari, ci sono case moderne e vari negozi. Ricordo che quando ero più giovane c'erano solo dei negozietti, tra cui il mio che si trovava alla "Via de Sopra", dove vendevo di tutto e avevo anche l'osteria.
Voglio adesso raccontarti un ultimo fatto che appartiene al passato ma che è sempre rimasto impresso nella mia memoria. Agli inizi degli anni Cinquanta i lupi non erano animali protetti e nelle fredde notti d'inverno entravano nei pollai e nelle stalle per divorare i nostri animali. Non se ne poteva più di queste bestie, specialmente quando sulle montagne nevicava e scendevano a valle per procurarsi il cibo.Una notte particolarmente fredda in cui la neve aveva abbondantemente ricoperto il paese, poiché qualche giorno prima c'era stato un attacco dei lupi, mio fratello uscì dal portone di casa con il fucile in spalla e si diresse verso la stalla, nascondendosi dietro la porta che aveva lasciato semiaperta per poter sparare al primo lupo che si fosse affacciato.
Tutto ciò si verificò puntualmente, mio fratello appena lo vide entrare gli sparò quattro colpi e lo ammazzò. Il giorno dopo, come "d'usanza", mise il lupo sul carretto trainato dall'asino e andò in giro per tutta Paganica gridando: "Ho ucciso il lupo!". La gente usciva di casa facendo dono a mio fratello di uova frutta, salumi, formaggio, vino, olio ed altro. Devi sapere che alcuni cacciatori erano specializzati nella caccia al lupo, li chiamavano "lupari" e la gente offriva loro piccoli doni perché l'uccisione del lupo costituiva uno scampato pericolo, era come liberarsi di un incubo. Oggi per fortuna i lupi non vengono più a Paganica, sono diventati animali protetti che non bisogna uccidere perché ormai sono una specie che rischia l'estinzione".
A conclusione del lavoro intendo riagganciarmi a quanto già accennato all'inizio, i racconti della nonna rappresentano per me qualcosa di molto importante, perché mi riconducono in un certo senso alle mie radici; pur vivendo oggi una vita in cui i comfort e i divertimenti la fanno da padrone, sento una certa nostalgia per quel mondo pastorale e contadino caratterizzato dall'amicizia, dalla solidarietà, dalla tranquillità e dal sapersi accontentare anche di poco, valori oggi sempre più rari, quasi in "via di estinzione" come i lupi.
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