qualunque giovanotto dalla fronte scarna e dall’occhio cavo, dedito fuori tempo alla meditazione...".
Non è che voglia parlarvi di me in questo numero, mi ero semplicemente perso in uno dei miei soliti voli della mente, e questa volta nel pensiero mi hanno accompagnato le parole che avete appena letto. A proposito di sognare, però, penso che chiunque abbia letto un buon libro (date alla parola "buon" il significato che ritenete più opportuno!) si sia trovato, almeno una volta, talmente immerso nella lettura da provare quelle stesse emozioni che le parole dello scrittore intendevano stimolare. A me capita di associare ad ogni libro che leggo una determinata immagine, evocatami da una descrizione dettagliata o da un particolare che mi richiama alla mente esperienze fatte o racconti legati all’infanzia e che pertanto hanno in sé qualcosa di mitologico. Succede così che all’interno di un libro, una persona riconosce le proprie aspirazioni sentimentali, sviluppa i propri sensi e ritrova alcuni aspetti di sé e del suo passato: immagini, cibi, sapori, sensazioni, persone conosciute, esperienze od anche alcuni aspetti del proprio atteggiamento appartenenti ad uno dei personaggi. Vi propongo di seguito un brano tratto dal celeberrimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, "Il Gattopardo", con la preghiera di leggerlo senza pregiudizi e soprattutto a stomaco vuoto, quando la fame fa sentire i suoi morsi e lo stomaco reclama l’agognato cibo. Alla fine mi direte che effetto vi ha fatto!
"Buone creanze a parte, però, l’aspetto di quei babelici pasticci era ben degno di evocare fremiti di ammirazione. L’oro brunito dell’involucro, la fragranza di zucchero e cannella che ne emanava non erano che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall’interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un vapore carico di aromi, si scorgevano poi i fegatini di pollo, gli ovetti duri, le sfilettature di prosciutto, di pollo e di tartufi impigliate nella massa untuosa, caldissima dei maccheroncini corti cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio".
A me viene sempre l’acquolina in bocca leggendo queste parole. Sono sicurissimo che anche in voi hanno suscitato qualche emozione; immagino che ad alcuni abbiano fatto aumentare la fame, come a me, mentre ad altri hanno suscitato reazioni contrarie, forse perché trovano i fegatini o gli ovetti poco appetibili.
Comunque è difficile rimanere indifferenti a questa descrizione dettagliata di una portata del pasto di casa Salina.
Leggere un "buon" libro penso che aiuti sempre a purificare la nostra mente, seppur in modo reversibile e momentaneo, dall’inquietudine della realtà, e dona di sicuro un’astrazione molto salutare, occasione sempre verde per entrare in noi stessi, esaminarci e, perché no?, depurare i pantani putridi dell’animo sommerso.

Alfredo

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