A colpo d’occhio il programma sembra molto intenso (e lo è!); ciò non toglie, però, che, essendo per l’appunto un gruppo non residenziale, lo spazio libero nelle intere 24 h è tanto per chi decide di smettere di usare, ma quello che può sembrare uno svantaggio-vantaggio è senza dubbio la peculiarità del C.d.
Esso infatti non lavora su un sistema coatto di recupero, bensì sulla presa di coscienza, da parte del dipendente, di avere un problema anzi, una vera e propria malattia, quella della dipendenza, che è cronica, progressiva e mortale!
Accettato il fatto di soffrire di una malattia, non solo fisica ma anche mentale e spirituale, si è guidati verso un cambiamento profondo d’accettazione di se stessi, il quale avviene con l’utilizzo di un programma che si rifà a quello dei gruppi anonimi (Alcolisti e Narcotici Anonimi per intenderci): il metodo Minnesota.
Attraverso un lavoro progressivo di passi, che prosegue per tutta la vita, si può raggiungere la libertà dalle sostanze e da una vita ingovernabile dettata dall’eterna insoddisfazione di ciò che si è e che si ha.
Parole chiave del programma di recupero sono quindi: accettazione del proprio problema, di se stessi e dell’ingovernabilità della vita. Prima ho parlato di malattia della dipendenza; io sono un malato di dipendenza, e la malattia ha parlato tramite le sostanze, ma poteva manifestarsi con altre reazioni compulsive e incontrollabili alla mia stessa volontà: il gioco, il sesso, il mangiare, le spese ecc. ecc..
Spesso succede che chi riesce a risolvere una dipendenza, per compensare, si getta su un’altra; così può capitare che, un tossicodipendente smette di farsi e si dedica al bere, un alcolista non beve più ma compensa il vuoto che gli resta spendendo i suoi soldi al gioco o in spese, un ex giocatore compulsivo toglie le carte e diventa un collezionista d’amori e così via, in una catena infinita dove cambiano solo i colori delle perle ma il manufatto resta lo stesso. Ciò che si cerca di insegnare al centro non è controllo ma interiorizzazione e sostituzione di una "X-dipendenza" con principi spirituali, direi universali, che, attraverso i famosi passi, portano ad una crescita progressiva; un po’ come rinascere ed imparare a camminare per la seconda volta.
Diciamo che io ho fatto un po’ tutto questo durante i dieci mesi di trattamento.
In più ho avuto la fortuna d’avere vicino, in questo cammino, la mia seconda famiglia, ossia Don Dante e tutti gli amici dell’associazione "Koinonia" e del "gruppo giovani".
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